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Il giornale elettronico di Enzo Mansueto [entries|friends|calendar]
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Secondo romanzo di Eva Clesis [04 Oct 2008|11:19am]
[ mood | thoughtful ]
[ music | GLASVEGAS - ice cream van ]

eva clesis


Nel romanzo precedente, quello d’esordio, improvvidamente intitolato A cena con Lolita, Eva Clesis pareva corteggiare il lettore del genere «confessione erotica adolescenziale», così appetito da minute case editrici dopo il boom delle scrittrici deflorate e spazzolate. Pareva: poiché in sostanza la sua era piuttosto una storia sulla latitanza morale del maschio e sul vuoto ipocrita dell’istituzione famigliare, scandagliati attraverso l’esperienza sessuale degradante, verso la bulimia e la prostituzione, di una ragazzina.
Schema canonico, stilizzato, da romanzo d’educazione sentimentale: variante fortunata e pruriginosa di quel romanzo di formazione immarcescibile che impalca, come in tanti titoli in libreria, la superficie narrativa della seconda prova narrativa della Clesis.
Il nuovo romanzo, Guardrail (Las Vegas Edizioni, Torino 2008, pp. 160, euro 10), infatti, è schematicamente esemplare sin dalla trama: Alice (nome che la protagonista adotta da bambina, complice un inseparabile libro da colorare, per sostituire quel marchio d’origine che era Assunzione Maria Addolorata) è figlia di un papà della provincia tarantina e di mamma inglese. La coppia, inaffidabile e scanzonatamente dedita all’alcol, migra ad Asti. Quindi, e Alice ha solo sette anni, perisce in un incidente stradale. L’evento segna lo spartiacque tra il prima e il dopo che determina l’esperienza del personaggio, nonché il debole sviluppo del romanzo. I servizi sociali rispediscono la piccola nel paese di Montemesola, presso l’arcigna nonna paterna, insopportabile maestra in pensione. Questa la prima parte del romanzo: l’asfittica vita nella peggiore provincia pugliese, le amicizie, le delusioni. E allora, è ovvio, l’idea di fuga, verso l’Inghilterra, alla ricerca di quei mai conosciuti nonni materni. Proposito che, complice l’arrivo in regione delle compagnie aeree low cost, Alice cercherà di attuare attorno ai sedici anni e che muove la seconda parte, on the road (ma è solo un’illusione), del romanzo, con finalino (quasi) a sorpresa.
Gli elementi realistici, vagamente sociologici – le amichette fighette, il lavoro al nero, le devianze adolescenziali, la misera quotidianità di una pensionata, l’affresco di vita meridionale, etc. –, appaiono alquanto edulcorati e soccombono ad un impianto che rammenta piuttosto la fiaba per ragazzi cresciuti, con tanto di morale finale, a modo suo consolatoria. Ma se così abbozzata si presenta la tessitura della trama, più mossa ed efficace – soprattutto nella caratterizzazione della protagonista – è la scrittura, particolarmente in quelle lacerazioni del mieloso tono fiabesco, lì dove emerge il dettaglio crudele e disturbante.
Ecco, leggendo Eva Clesis in queste due prime prove, e riconoscendole una discreta dotazione narrativa, un difetto che sicuramente le rimproveriamo è la mancanza di coraggio nella estremizzazione di un rapporto con quella materia disturbante – l’invasione del Reale – che invece rimane al di qua di una patinatura conciliante e prevedibile. Si provi ora a rileggere, per intenderci, e per restare in una letteratura tutto sommato facile alla lettura, Voglio guardare di Diego De Silva o anche Dei bambini non si sa niente di Simona Vinci.

Eva Clesis (pseudonimo; Bari 1980) ha esordito col romanzo A cena con Lolita (Pendragon 2005). Ha pubblicato diversi racconti su blog e antologie. Grafica free-lance, con esperienze a Roma e Parigi, collabora con la rivista di fumetti Mono (ed. Tunué). Guardrail è il suo secondo romanzo.
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MTV al Liceo Artistico di Bari [29 Sep 2008|11:06am]
[ mood | working ]
[ music | LOS CAMPESINOS ]

Su MTV Italia, da oggi, lunedì 29 settembre a venerdì 3 ottobre, ogni giorno alle 14.30 e, in replica, alle 19.00, andranno in onda le puntate del nuovo format MTV Confidential girate presso il Liceo Artistico Statale «G. De Nittis» di Bari con i miei pupils.

STAY TUNED!

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new MOGWAI song... [11 Aug 2008|07:57pm]
[ mood | energetic ]

Batcat
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AFROFUTURISMO... [06 Aug 2008|01:53pm]
[ mood | hot ]
[ music | SUN RA - intergalactic research ]




Chi lo avrebbe mai detto che, per rintracciare le radici di quella cosa che oggi chiamiamo «discoteca» – non solo luogo, ma spazio psicosociale di espressione di stili di vita alternativi –, bisognasse risalire sino ai tempi dell’occupazione nazista dell’Europa? Eppure è proprio così, secondo Claudia Attimonelli, giovane ricercatrice barese, che manda in libreria in questi giorni il suo interessante studio sociosemiotico Techno: ritmi afrofuturisti (Meltemi, Roma 2008, pp. 240, euro 20).
«L’antecedente che incarna la maggior parte dei tratti distintivi del mondo disco è rintracciabile ai tempi del Terzo Reich in una fascia di giovani alternativi tedeschi che, mentre Hitler fondava la Hitlerjugend, si costituì nello Swing Jugend. Si trattava di ragazze e ragazzi – scrive la Attimonelli – non propriamente organizzati in un movimento, ma accomunati dalla passione per lo swing e per i ritmi vietati del jazz, che ascoltavano ad alto volume da grammofoni sistemati in locali scovati all’ultimo per feste clandestine dove il divertimento era lo sfrenarsi a ritmo di musica».
Il fenomeno “degenerato” fu ovviamente represso dal regime nazista, soprattutto all’atto dell’invasione di Parigi, nel 1940, capitale pullulante di ritrovi sotterranei per la vita notturna. E proprio qui si scoprirebbe, in analogia col termine «bibliothéque», l’origine stessa del termine generico «discoteca», derivante dal nome del locale sorto illegalmente nel 1941 in rue Huchette, chiamato appunto Le Discothéque.
Il testo di Claudia Attimonelli – nato in ambito universitario, ma estremamente appassionante per qualsiasi lettore abbia una qualche curiosità per l’analisi dei fenomeni musicali connessi agli stili di vita – è ricco di tracce e illuminazioni, suggestive, quando non filologiche. Sulla scia di scritti fondamentali, come quelli di Peter Shapiro intorno all’esplosione della febbre della disco nella turbolenta New York dei primi anni Settanta, si tenta qui non solo di elevare a oggetto di studio «colto» un fenomeno apparentemente effimero, come appunto la disco music, ma di esaltarne le motivazioni «politiche» profonde. Ci dice la studiosa, rispondendo a questa osservazione: «In effetti la disco, ritenuta luogo per effeminati, idioti e fighetti è, al contrario, nata come avamposto sovversivo e underground, dove finalmente le donne, i neri e i gay e chiunque altro, potevano recarsi e sentirsi liberi di esprimersi e sperimentare ogni cosa, dalle pratiche musicali all’abbigliamento, dalla sessualità al gender».
Al centro del libro, la bizzarra categoria dell’«afrofuturismo», con la quale si tenta di definire una composita galassia di fenomeni che accomuna, in una sorta di psicogeografia danzante, disparate espressioni sotterranee, quali la disco di New York, la house di Chicago, la techno di Detroit, la acid house britannica e tanto tanto altro, con intersezioni col punk, la fantascienza «black», i Kraftwerk, e con nobilitanti genealogie, dai sottosuoli di Dostevskij al rumorismo futurista di Luigi Russolo.
Ma come è nato l’interesse per questo concetto? «Quando dieci anni fa m’imbattei nel termine afrofuturismo senza conoscerne il significato – ci risponde la ricercatrice –, fu l’afro a colpire la mia attenzione più del futurismo, dunque fantasticavo su una blackness futurista piuttosto che su di un futurismo di matrice afro; pensate ad un’iconografia fatta di divinità egizie, spiritualità vuduista, antiche profezie di pericolose creature anfibie del quindicesimo secolo, robot acquatici con il corpo ricoperto di squame: cupa ironia applicata alla vena dark della tecnologia. Sono afrofuturisti, ad esempio, Busta Rhymes e Drexciya, le opere di Basquiat, i videoclip di Hype Williams, Sun Ra, i costumi di Afrika Bambaataa, le copertine dei vinili del collettivo UR disegnate da Abdul HAQQ. L’afrofuturismo, codificato all’inizio degli anni ’90 dai protagonisti e dai teorici della diaspora afroamericana, parte dall’omologia tra schiavo, alieno e robot e dall’esclusione dei neri dal discorso sul futuro e sullo sviluppo tecnologico, pertanto fa riferimento a culture nere metropolitane che si muovono fra cinema, letteratura fantascientifica, musica e grafica».
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BIAGIO DAVIDE DORA 1992 [02 Aug 2008|05:14pm]
[ mood | nostalgic ]

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IL GENIO salentino [19 Jul 2008|01:31pm]
[ mood | bitchy ]




Sbocciato in primavera, l’omonimo album di esordio del duo leccese Il Genio va raccogliendo in questi giorni estivi, grazie al tam tam sulla rete e ad una serrata serie di live, gli apprezzamenti che lo confermano come una delle più fresche uscite del pop nazionale. Un risultato all’altezza delle aspettative, se si considera che il cd inaugura un nuovo marchio della Cramps, storica etichetta dell’avanguardia italiana.
Il duo, Alessandra Contini (voce e basso) e l’ex-Studiodavoli Gianluca De Rubertis (voce, chitarra e tastiere), propone canzoncine scaltramente ispirate ad atmosfere Sixties francesi, in chiave elettropop. Una formula che, sulla carta, può apparire abusata e facile, ma che qui si avvale di un approccio ironico e “colto”, educato da una pratica evidentemente appassionata ed esperta di archeologia del modernariato.
Il distanziamento ironico dai materiali subculturali ipercitati (lo yé-yé, i B-movies, il «french touch», la cover in chiave nouvelle vague…) è il punto di forza dell’operazione, che infatti sta in piedi, e bene, proprio lì dove più si avverte il gesto da divertissement serissimamente faceto. La voce finto ingenua, da avatar-lolita, di Alessandra, seduce, e ricama alla perfezione le melodie armonizzate da Gianluca De Rubertis, in un arredamento sonoro curato, tra vintage e postpop, ai limiti della maniera.
Il tormentone infantile e osé di Pop Porno e le scettiche argomentazioni testuali di Non è possibile, fanno di queste le tracce portanti dell’album. L’ironia, un po’ forzosa, segue nelle ticchettanti maliziosità di L’Applique o nei beat shakerati di A questo punto. C’è spazio anche per nostalgie sentimentali, come in Fortuna è sera, dove, la voce grave dello chanonnier Gianluca rimanda al lato ombroso dei sixties, pur tra exotismi da colonna sonora vacanziera. Il citazionismo dilaga in La Pathètique, parafrasi gainsbourgiana sul tema beethoveniano, e nella cover pedissequa di Una giapponese a Roma di Kahimi Karie.
Buon esordio, se non per una certa uniformità, che avrebbe tratto giovamento da voci o strumenti ospiti, a variare la miscela di base.

Il Genio, Il Genio (Disastro Records/Self 2008)
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BIENNALE LETTERATURE - agenda [23 May 2008|11:23am]


Oggi alle 17.00, nel padiglione delle letterature, incontro con i docenti e i ricercatori del GREC, tra i quali i proff. Majorano e Jacquet, per un dibattito sulle NUOVISSIME TENDENZE INTERNAZIONALI DELLA SCRITTURA, dalle banlieues parigine alla rete. Vi aspetto.
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BIENNALE - PUGLIA 2008 [19 May 2008|07:09pm]
INAUGURAZIONE IL 22 MAGGIO

BIENNALE GIOVANI ARTISTI DELL''EUROPA E DEL MEDITERRANEO 2008

20 anni fa a Bologna 1988 ero selezionato per la sezione letteratura...
20 anni dopo a Bari 2008 sono il direttore artistico della sezione letteratura...
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DAI CANCELLI D'ACCIAIO [21 Apr 2008|07:48pm]
[ mood | anxious ]
[ music | la voce risonante ]

L'autore e i lettori stretti in una comunità interagente.

Un modo per contrastare la schiacciante industria editoriale e tornare ad essere ricettori attivi.

Il grande Gabriele Frasca (ri)lancia, da maggio, il romanzo su abbonamento (cartaceo e mp3).

Informati QUI.

Vi consiglio dalla stessa pagina web di ascoltare il contributo audio...
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[15 Apr 2008|07:08pm]
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[15 Apr 2008|07:04pm]
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LA ZONA BRAILLE [12 Mar 2008|11:28am]


Uno scompartimento. Pochi posti.
I sacchi, le provviste,
tutto quello che resta per il viaggio
che resta - ancora, costi quel che costi.
La vista al finestrino del paesaggio
impercepita muta.
Foschia. A tratti la costa scompare.
Scompare pure il resto del miraggio
nell'ennesima galleria,
dopo l'ennesimo controllore
che ricontrolla ancora i controllati.
All'improvviso (muta
fino a un attimo fa) furiosamente
sparla la gente, imbestiata, sfinita.
Poche parole dopo finalmente: la stazione.

(Enzo Mansueto, «Lo scompartimento» in Descrizione di una battaglia, Scheiwiller 1995)
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London's Burning (Camden Major Blaze) [11 Feb 2008|09:06am]
[ mood | impressed ]
[ music | THE CLASH - London's Burning ]

Sabato notte il fuoco ha mangiato il ventre di Camden...
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[30 Jan 2008|04:40pm]

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LIBRO DELL'ANNO 2007 [17 Jan 2008|04:29pm]
[ mood | working ]
[ music | VIC CHESNUTT - everything i say ]

Libro dell’anno 2007





E’ una vera ghiottoneria, erudita, curiosa, rivelatoria, il libro di Steven Connor, La voce come medium. Storia culturale del ventriloquio (Luca Sossella Editore, Roma 2007, pp. 488, euro 20). Un tema bizzarro, quello del ventriloquio, che in questo arguto racconto, dall’antichità ai giorni nostri, è capace di portarci nel cuore di ciò che di noi è più nostro e insieme… più fuori da noi: la voce. Il tema della voce senza corpo è in fondo uno straordinario strumento per analizzare gli aspetti più estremi della contemporaneità e di quella seconda oralità tecnologica nella quale tutti, con le nostre volubili identità, siamo immersi. Un libro straordinario e sorprendente scritto dal più eccentrico professore del Birbeck College di Londra, che ho avuto il piacere di intervistare per Rodeo magazine (gennaio).


Il ventriloquio come tema per un grosso volume: com’è stata accolta questa scelta nell’ambiente accademico britannico?

A giudicare dalle risatine che hanno accompagnato l’annuncio del titolo, c’è più d’uno che in Gran Bretagna l’ha trovato in qualche modo eccentrico. Vorrei essere in grado di dire come è stato accolto, ma non posso, davvero: sono un gran codardo e non leggo mai le recensioni dei miei libri. Ho la netta sensazione però che il genere di argomenti astrusi o eccentrici ai quali mi sono col tempo interessato stiano diventando mainstream nel Regno Unito. Al punto che, in effetti, sta diventando sempre più difficile pensare a temi di ricerca che non siano già stati trattati.

Chi è il suo lettore “ideale”?

Da una parte, non riesco davvero a immaginare chi potrebbe essere interessato a tutta questa roba come me. Da l’altra, io immagino qualcuno proprio come me, che trovi le preoccupazioni accademiche sulla rispettabilità, onestà, presentabilità delle problematiche, piuttosto bizzarre e stanche, e si chiede perché così poca attenzione sembra essere rivolta all’eccentrico, all’incipiente, al male assortito, al ridicolo. La cosa grande riguardo a questi fenomeni, sui quali ho scritto negli ultimi dieci anni e passa, è scoprire che la gente ordinaria ne ha una insospettata conoscenza. Al termine della mia ricerca, dopo sei anni, sicuro di aver letto ogni testo rilevante sull’argomento e pensato ogni pensiero rilevante sul ventriloquio, persone ordinarie continuavano a venire da me dopo le conferenze per fare una riflessione o connessione che m’era sfuggita.

Può ricordare la sua prima esperienza coi ventriloqui da bambino?

Ero terrificato. Non riuscivo a capire che diamine stesse succedendo, ma penso che io percepissi una qualche terribile, innominata violenza espressa sia attraverso che contro la figura infantile del pupazzo, che sembrava all’apparenza così potente e impavida. Uno degli argomenti del mio libro è che il fatto che il pupazzo del ventriloquo sia così spesso un bimbo cattivo permette il rilascio di sentimenti ostili verso i bambini, soprattutto maschi, altrimenti tenuti sotto controllo. Credo che questo disagio dei bambini rispetto al ventriloquio sia molto comune.

Chi è il migliore ventriloquo vivente?

Non sono la persona giusta a cui chiederlo. Sono cresciuto con i ventriloqui in TV, dove l’immagine ravvicinata rende perfettamente chiaro che l’effetto non è proprio quello che la gente vorrebbe. Sono pazzo per una barzelletta che illustra ciò piuttosto bene: un giovanotto per intrattenere la vecchia zia in giro per Londra decide di portarla allo spettacolo di un ventriloquo. Ricordandosi troppo tardi che la zia è sorda, è davvero imbarazzato e, lasciando lo spettacolo, si scusa per essere stato così insensibile. “Oh, va tutto bene”, fa lei “lo show mi è piaciuto immensamente. Dimentichi che io… leggo il labiale!”

Lo confessi: durante la stesura del libro ha provato a parlare con la pancia…

No, anche se sono stato spesso spinto a dimostrare le mie prodezze ventriloque, soprattutto in radio, dove avevo migliori chance di cavarmela… Ma non ho mai imparato. Neanche da ragazzino, quando compravo gli occhiali a raggi X e appunto il manuale del perfetto ventriloquo, tra gli oggetti venduti in fondo ai giornalini. Comunque, la cosa non mi preoccupa. Anche perché, a differenza di altri illusionismi, l’arte del ventriloquo si poggia proprio sulla difettosa evidenza del trucco. Il pubblico sa e vuole essere ingannato.

Dove possiamo riconoscere oggi gli effetti delle voci tecnologicamente dislocate?

Nel senso tecnico di voci separate dai loro punti di origine, il ventriloquio è ovunque. Noi stessi, attraverso la radio, la televisione, le registrazioni, il telefono, ci ritroviamo a rispondere e interagire più con voci scorporate che con voci in un corpo. La cosa più strana in tutto ciò forse è che non vi troviamo nulla di strano. Ciò mi suggerisce che c’è qualcosa di ventriloquiale in ogni voce. Possiamo pensare alla voce come a quel magico potere di venir fuori da noi stessi, di essere dentro e fuori allo stesso tempo. La mia voce sono io, ma è anche me accanto a me.

A cosa sta lavorando?

A un libro sulle immagini dell’aria nell’arte, nella letteratura, nella medicina e così via. Vi è una sorta di distante affinità col tema del ventriloquismo, nel lavoro di fantasia intorno al fiato umano, che è insieme demoniaco e divino, flatulenza e afflato!
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Playlist 2007 [06 Jan 2008|12:43pm]
[ mood | lazy ]

1) Burial Untrue (Hyperdub 5 nov 2007)



2) Von Südenfed, Tromatic Reflexxions (Domino 21 may 2007)



3) Animal Collective, Strawberry Jam (Domino 10 sept 2007)



4) Genia/John Richards, Suite for Piano and Electronics (nonclassical nov 2006 distribution 2007)



5) Roberto Paci Dalò, Sparks (Horus 2007)

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LA ZONA BRAILLE [02 Jan 2008|01:07pm]


(LA ZONA BRAILLE, trio di poesia fonografica composto da Enzo Mansueto, Davide Viterbo, Angelo Ruggiero)



E tutta questa cosa che qui resta.
Che rimane. Sepolta nella selva.
Dissepolta. Per caso. Alla tersa
marina dello sguardo. Ma a che valse
la lacrima. Il sepolcro. Solo stare.
Lontane ormai per sempre, quelle salve.

Salvate dalla selva. Solo salve,
perché finite. E tutto ciò che resta,
ristagna appeso a un gancio. Così. Stare.
Scolare. Prosciugarsi. Nella selva
di salme del ricordo. A cosa valse
lo sbattersi dell'anima non tersa.

Anime salve? Andate. Non più tersa.
Questa che resta. Non anima. Salve.
Andata. Ormai per sempre. Se mai valse
dire per sempre. Se vale. Se resta
e finisce. Comunque. Nella selva.
Agganciata la salma. A questo stare.

All'occhio cavo appare il duro stare
uno strisciare il muro. Altro che tersa
la stanza. Una mattanza. Orrida selva
di salme. Mezzo sepolte. Alme salve
smarrite. Chissà le altre. Se anche resta
memoria di chi resta. Se gli valse.

Appesi a un gancio. In fila. A questo valse
crearsi l’anima. Che scola. In questo stare.
Attendere. Lo scarno. Ciò che resta.
Squartato. Infine. Lama. Affila tersa.
Tanto lima che spare. Tra le salve
cose. Finite. Infine. Appare. Selva.

Oscura infine. Appesa in questa selva.
Dondola ai bronchi. Fine. A che gli valse.
Rantola. Rantola. Scompare. Salve
le altre. Forse. A restare. Ancora. Stare.
Tanto per stare. Appese un po' alla tersa
luce del giorno. Infine oscura. Resta.

Una selva di lettere che resta.
A che valse la voce. Appena salve
quelle. Questa un po’ a stare. Forse. E’ persa.


(Enzo Mansueto, sestina semianagrammata)
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THE NEXT BIG THING [21 Dec 2007|09:40am]
[ mood | jubilant ]
[ music | rime sparse ]

The Next Big Thing

Paci Dalò, Mansueto, Valduga, Frasca
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LE VOCI DELL'ANIMA 2007 - serata poetica [14 Dec 2007|05:08pm]
[ mood | contemplative ]
[ music | endecasillabi ]


Festival Le voci dell’Anima 2007
20 dicembre, Auditorium La Vallisa a Bari (ore 20,30, ingresso libero)

DONNA AL METRO


a cura di Enzo Mansueto

Patrizia Valduga


La figura femminile e la scansione ritmica del discorso segnano alle origini le vicende della lirica romanza. In quell’incrocio alchemico di Oriente e Occidente che fu la corte di Federico II di Svevia si andarono a coagulare, per la prima volta in un volgare italiano, e nel solco della grande lezione provenzale, gli ingredienti di un’arte nuova. E fu l’inizio. Apparsa poi alla (Ma)Donna della lauda religiosa, la donna amata assumerà quei connotati metafisici che dalla Toscana si emaneranno a tutto il mondo attraverso un potentissimo congegno fatto di accenti, di rime, di misure. La donna e il metro: il simbolo quintessenziale della poetica e la sua scansione ritmico-sonora. Donna al metro, quindi, per dire: donna, detta e dettatrice, per rime e per ritmi.

Gabriele Frasca

Le due voci poetiche in programma, tra le più alte dell’orizzonte letterario italiano, sperimentano al massimo grado, ma con motivazioni ed esiti differenti, la ripresa della metrica e delle forme chiuse nella lirica contemporanea. Quartine, sestine, terze rime, non per una visita necrofila al museo della Tradizione, bensì per dire ad alta voce i significanti inquieti e inquietanti della contemporaneità più estrema.
Patrizia Valduga (Castelfranco Veneto 1953, vive a Milano), donna poetante per l’orecchio, in questa nostra età neobarocca, va allestendo da anni una galleria di forme poetiche chiuse, nelle cui gabbie, però, lungi dallo scomparire, si amplifica, ritmato, l’urlo dei sensi, del corpo, dell’eros, del dolore. Una voce dell’anima che si frange sulla scena sonora, con movenze implacabili e umorali, tra quartine, madrigali, centurie, in uno stile affinato anche sul tavolino del traduttore – accanto ai versi concettosi di John Donne o al teatro della morte di Tadeusz Kantor. Una parola assolutamente straordinaria.
Gabriele Frasca (Napoli 1957) conduce da anni la propria ricerca nell’arte del discorso, con sperimentazioni neometriche e nuove forme della oralità in epoca massmediale. Poeta, saggista, narratore, traduttore – da Dick a Beckett –, operatore mediatico, performer, l’arte di Frasca si diffonde in un cortocircuito di generi che prelude ad un orizzonte post-tipografico della poesia. Accanto al compositore Roberto Paci Dalò, direttore della compagnia Giardini Pensili di Rimini, porterà a Bari la performance Rimi: non un libro messo in scena ma una scena fatta parola.

Anche quest’anno, insomma, tra le volute medievali della Vallisa, la parola poetica salterà d’un balzo mezzo millennio di silenzio tipografico per tornare indietro a suonare in modo assolutamente: presente.
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la voce dei poeti nella rete [10 Dec 2007|05:31pm]
[ mood | thankful ]
[ music | il cavo cranio ]

rime a orecchio


Vi segnalo questo bel blog con la voce dei e dai poeti.

Ringrazio Simone Giorgino per la dicitura dei miei versi
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