| Entropyst ( @ 2002-08-11 22:21:00 |
Tornato (non vi ho detto che ero partito?)
Ho scritto una cosa che è nata da un'accozzaglia di stimoli che si sono man mano sedimentati. L'ho postata qui (oltre che su asphalto), se quacuno volesse leggerla. I commenti positivi mi hanno fatto rivenire voglia di scrivere qualche raccontino: misà che tra un paio di giorni ne butto giù un altro. Poi, visto che sono in tema di anticipazioni, presto uno special report sui 5975 km di asFalto che ci siamo mangiati.
Wow, che livejournalist serio!
Update: metto direttamente il racconto qui:
Storia di un talento inutile
Con le mani alzate e le urla nelle orecchie, ebbe un solo attimo per pensare. Un attimo colmo di ore, di giorni, di mesi.
Pensò a quando per la prima volta aveva capito davvero di avere quello strano talento. Era in gita, in quinta elementare, e lei era accoccolata tra la poltrona e il finestrino, i lunghi capelli neri a farle da giaciglio. Il sedile di fianco era vuoto, libero, senza ostacoli. Gli ci volle il record mondiale di apnea per riuscire a sedersi lì. Da sveglia, la guardava in tutti quei momenti in cui non poteva essere visto. Conosceva a memoria ogni suo gesto, ogni suo scintillio di occhi, e quelle stupende fossette che indicavano l’inizio di un sorriso. Poi, quando lei si girava a guardarlo, abbassava gli occhi per evitare di incontrare il suo sguardo. Ora che dormiva, poteva permettersi l’incredibile lusso di poterla fissare per più di due battiti di ciglia. Così, nelle luci soffuse del fine gita, la guardò. E come anni dopo gli parve logica cosa, lei senza svegliarsi cambiò posizione. Fu necessario un ritocco al record mondiale di apnea per non reagire al suo contatto. Continuò a fissarla. E lei, svegliata dal suo sguardo, alzò il viso e gli disse: “Sai, ti ho sognato”.
Probabilmente questa cosa la sapeva inconsciamente già anni prima, quando fissava il papà che dormiva. “Quando mi sveglio, ti porto a prendere il gelato”. Non puoi dire una cosa del genere ad un bambino, un bambino non si rassegna al fatto che le cose avvengono, lui pensa di poter fare tutto. Anche di poter svegliare il papà che dorme, semplicemente fissandolo e ripetendosi in mente “svegliati svegliati!”. E immancabilmente il papà si svegliava, con quell’espressione indecifrabile di chi ha fatto un brutto sogno.
“Papà, allora andiamo a prendere il gelato?” .
Quando divenne consapevole di quel curioso dono, iniziò a cercare di capire meglio come funzionasse. Prima gli era sembrato semplicemente un caso, ciò che accadeva. Poteva essere suo fratello a tavola, o una bella ragazza sull’altro lato della strada. O il suo compagno di classe due file avanti, oppure il controllore dell’autobus. Se fissava intensamente qualcuno quel qualcuno si girava verso di lui. Come se gli avesse battuto sulla spalla dicendogli: “ehi” . Sì, le persone erano consapevoli del suo sguardo. Con gli occhi, bussava alla loro mente, e loro dovevano girarsi per vedere chi fosse.
La cavia dei suoi primi esperimenti fu Emanuele, il compagno di banco. Nei momenti più impensati, nel mezzo di una pallosissima spiegazione di latino, per esempio, gli piantava gli occhi sul profilo. Ed Emanuele immancabilmente si girava. “Ema, che c’è?” gli sibilava a voce bassa.
“Niente, mi era sembrato mi avessi chiamato” .
Era la sensazione che il suo sguardo induceva nelle persone. La sensazione di essere chiamati, la sensazione che lui volesse dir loro qualcosa. Solo le persone a lui più vicine oramai non reagivano quasi più, per loro il suo richiamo doveva essere un rumore ripetitivo che ignoravano come si ignora il rumore della vecchia pendola in salotto. Ma per gli altri lui era un urlo nell’orecchio, di quegli urli che costringono a girarti.
Realizzò presto come questa qualità non gli servisse a nulla, non gli portasse vantaggi. Era come il trucco di un prestigiatore, bello da vedere ma inutile nella vita di tutti i giorni. Anzi, finquando non riuscì a controllare un po’ i propri pensieri, la cosa gli creò solo casini. Se fortissimamante voleva non esser visto, allora non aveva scampo. I suoi pensieri, uniti al suo sguardo, facevano suonare diecimila campanelli d’allarme. E se a scuola non era preparato, la professoressa al momento di interrogare lo avrebbe saputo. Glielo avrebbe detto lui, porcaputtana.
Con le mani alzate e le urla nelle orecchie, e lei nel suo campo visivo, ricordò quando capì perché.
Era quella notte, una di quelle notti in cui uno basta a se stesso e l’unica altra cosa di cui ha bisogno è sentire l’aria fresca e umida del fiume accarezzargli la nuca. Di quelle notti in cui succede per forza qualcosa. Per esempio che un puntino lontano provi a scavalcare la paratia del ponte.
“Quello si sta buttando di sotto”, pensò immediatamente. Era troppo lontano e non ce l’avrebbe mai fatta a raggiungere il puntino prima che diventasse una figura umana in volo verso le rocce del baratro. Non ce l’avrebbe mai fatta se il puntino non avesse improvvisamente iniziato a esitare. “Non buttarti, perdio non buttarti”, si ripetè nella mente. E il puntino non si buttò. E lui corse verso il puntino che era una pallida ragazza bionda, con gli occhi troppo rossi per i suoi sedici anni, e prese quel braccio così fragile che ebbe il timore gli si fracassasse sotto le dita. Non un rumore nel frattempo aveva rotto l’immobile silenzio della notte. Non una parola era stata detta. Eppure lei gli disse: “Perché, perché mi hai chiamata?”.
Erano oramai sei anni che Natalie gli aveva cambiato la vita. Sei bellissimi anni in cui la notte del puntino che voleva morire sembrava uno scherzo della memoria. Le cose erano cambiate, Nat non aveva più quei tristi occhi cerchiati di rosso. Per lui ora era semplicemente la definizione del bello, del dolce. E da quattro mesi a questa parte, della vita. La maternità le aveva illuminato ancor di più il viso e addolcito i modi, se possibile. Ora serviva loro una casa, e per la casa un mutuo. Era per quello che si trovavano in banca, in quella primaverile giornata di febbraio. Solo per quello. Ma come quella notte lui era uscito solo per l’aria del fiume e gli era accaduto di incontrare il puntino, anche questa volta le cose non andarono come cercate.
“Mani in alto, questa è una rapina, bruttistronzi non vi muovete o vi uccido come cani!” . Il viso stravolto del rapinatore entrò violento nella sua realtà. In quel momento era lontano da lei, un opuscolo particolarmente colorato aveva attirato la sua attenzione sui raccoglitori della banca. Nat era oramai vicino la cassa, la cassa verso cui l’elemento estraneo alla sua realtà puntava la pistola. Lei era emotiva, questo lui lo sapeva sin da quella notte di sei anni fa, e anche se paralizzato dalla tensione della situazione non si meravigliò quando la sentì urlare e tentare di fuggire verso l’uscita. Nemmeno si meravigliò vedendo la pistola, cieca di rabbia allucinogena, ebbra di adrenalina, puntata sulla sua ragione di vita. E gli fu subito chiaro che quel movimento sul grilletto sarebbe stato compiuto, ineluttabile come un rigor mortis.
Con le mani alzate e le urla nelle orecchie, ebbe un solo attimo per pensare. Ma sapeva già cosa fare. Guardò il rapinatore. Il rapinatore si girò di scatto. L’indice sul grilletto completò l’azione. La vita, e la vita della sua vita erano salve. La sua vita no, ma la cosa non aveva decisamente importanza.
Ho scritto una cosa che è nata da un'accozzaglia di stimoli che si sono man mano sedimentati. L'ho postata qui (oltre che su asphalto), se quacuno volesse leggerla. I commenti positivi mi hanno fatto rivenire voglia di scrivere qualche raccontino: misà che tra un paio di giorni ne butto giù un altro. Poi, visto che sono in tema di anticipazioni, presto uno special report sui 5975 km di asFalto che ci siamo mangiati.
Wow, che livejournalist serio!
Update: metto direttamente il racconto qui:
Storia di un talento inutile
Con le mani alzate e le urla nelle orecchie, ebbe un solo attimo per pensare. Un attimo colmo di ore, di giorni, di mesi.
Pensò a quando per la prima volta aveva capito davvero di avere quello strano talento. Era in gita, in quinta elementare, e lei era accoccolata tra la poltrona e il finestrino, i lunghi capelli neri a farle da giaciglio. Il sedile di fianco era vuoto, libero, senza ostacoli. Gli ci volle il record mondiale di apnea per riuscire a sedersi lì. Da sveglia, la guardava in tutti quei momenti in cui non poteva essere visto. Conosceva a memoria ogni suo gesto, ogni suo scintillio di occhi, e quelle stupende fossette che indicavano l’inizio di un sorriso. Poi, quando lei si girava a guardarlo, abbassava gli occhi per evitare di incontrare il suo sguardo. Ora che dormiva, poteva permettersi l’incredibile lusso di poterla fissare per più di due battiti di ciglia. Così, nelle luci soffuse del fine gita, la guardò. E come anni dopo gli parve logica cosa, lei senza svegliarsi cambiò posizione. Fu necessario un ritocco al record mondiale di apnea per non reagire al suo contatto. Continuò a fissarla. E lei, svegliata dal suo sguardo, alzò il viso e gli disse: “Sai, ti ho sognato”.
Probabilmente questa cosa la sapeva inconsciamente già anni prima, quando fissava il papà che dormiva. “Quando mi sveglio, ti porto a prendere il gelato”. Non puoi dire una cosa del genere ad un bambino, un bambino non si rassegna al fatto che le cose avvengono, lui pensa di poter fare tutto. Anche di poter svegliare il papà che dorme, semplicemente fissandolo e ripetendosi in mente “svegliati svegliati!”. E immancabilmente il papà si svegliava, con quell’espressione indecifrabile di chi ha fatto un brutto sogno.
“Papà, allora andiamo a prendere il gelato?” .
Quando divenne consapevole di quel curioso dono, iniziò a cercare di capire meglio come funzionasse. Prima gli era sembrato semplicemente un caso, ciò che accadeva. Poteva essere suo fratello a tavola, o una bella ragazza sull’altro lato della strada. O il suo compagno di classe due file avanti, oppure il controllore dell’autobus. Se fissava intensamente qualcuno quel qualcuno si girava verso di lui. Come se gli avesse battuto sulla spalla dicendogli: “ehi” . Sì, le persone erano consapevoli del suo sguardo. Con gli occhi, bussava alla loro mente, e loro dovevano girarsi per vedere chi fosse.
La cavia dei suoi primi esperimenti fu Emanuele, il compagno di banco. Nei momenti più impensati, nel mezzo di una pallosissima spiegazione di latino, per esempio, gli piantava gli occhi sul profilo. Ed Emanuele immancabilmente si girava. “Ema, che c’è?” gli sibilava a voce bassa.
“Niente, mi era sembrato mi avessi chiamato” .
Era la sensazione che il suo sguardo induceva nelle persone. La sensazione di essere chiamati, la sensazione che lui volesse dir loro qualcosa. Solo le persone a lui più vicine oramai non reagivano quasi più, per loro il suo richiamo doveva essere un rumore ripetitivo che ignoravano come si ignora il rumore della vecchia pendola in salotto. Ma per gli altri lui era un urlo nell’orecchio, di quegli urli che costringono a girarti.
Realizzò presto come questa qualità non gli servisse a nulla, non gli portasse vantaggi. Era come il trucco di un prestigiatore, bello da vedere ma inutile nella vita di tutti i giorni. Anzi, finquando non riuscì a controllare un po’ i propri pensieri, la cosa gli creò solo casini. Se fortissimamante voleva non esser visto, allora non aveva scampo. I suoi pensieri, uniti al suo sguardo, facevano suonare diecimila campanelli d’allarme. E se a scuola non era preparato, la professoressa al momento di interrogare lo avrebbe saputo. Glielo avrebbe detto lui, porcaputtana.
Con le mani alzate e le urla nelle orecchie, e lei nel suo campo visivo, ricordò quando capì perché.
Era quella notte, una di quelle notti in cui uno basta a se stesso e l’unica altra cosa di cui ha bisogno è sentire l’aria fresca e umida del fiume accarezzargli la nuca. Di quelle notti in cui succede per forza qualcosa. Per esempio che un puntino lontano provi a scavalcare la paratia del ponte.
“Quello si sta buttando di sotto”, pensò immediatamente. Era troppo lontano e non ce l’avrebbe mai fatta a raggiungere il puntino prima che diventasse una figura umana in volo verso le rocce del baratro. Non ce l’avrebbe mai fatta se il puntino non avesse improvvisamente iniziato a esitare. “Non buttarti, perdio non buttarti”, si ripetè nella mente. E il puntino non si buttò. E lui corse verso il puntino che era una pallida ragazza bionda, con gli occhi troppo rossi per i suoi sedici anni, e prese quel braccio così fragile che ebbe il timore gli si fracassasse sotto le dita. Non un rumore nel frattempo aveva rotto l’immobile silenzio della notte. Non una parola era stata detta. Eppure lei gli disse: “Perché, perché mi hai chiamata?”.
Erano oramai sei anni che Natalie gli aveva cambiato la vita. Sei bellissimi anni in cui la notte del puntino che voleva morire sembrava uno scherzo della memoria. Le cose erano cambiate, Nat non aveva più quei tristi occhi cerchiati di rosso. Per lui ora era semplicemente la definizione del bello, del dolce. E da quattro mesi a questa parte, della vita. La maternità le aveva illuminato ancor di più il viso e addolcito i modi, se possibile. Ora serviva loro una casa, e per la casa un mutuo. Era per quello che si trovavano in banca, in quella primaverile giornata di febbraio. Solo per quello. Ma come quella notte lui era uscito solo per l’aria del fiume e gli era accaduto di incontrare il puntino, anche questa volta le cose non andarono come cercate.
“Mani in alto, questa è una rapina, bruttistronzi non vi muovete o vi uccido come cani!” . Il viso stravolto del rapinatore entrò violento nella sua realtà. In quel momento era lontano da lei, un opuscolo particolarmente colorato aveva attirato la sua attenzione sui raccoglitori della banca. Nat era oramai vicino la cassa, la cassa verso cui l’elemento estraneo alla sua realtà puntava la pistola. Lei era emotiva, questo lui lo sapeva sin da quella notte di sei anni fa, e anche se paralizzato dalla tensione della situazione non si meravigliò quando la sentì urlare e tentare di fuggire verso l’uscita. Nemmeno si meravigliò vedendo la pistola, cieca di rabbia allucinogena, ebbra di adrenalina, puntata sulla sua ragione di vita. E gli fu subito chiaro che quel movimento sul grilletto sarebbe stato compiuto, ineluttabile come un rigor mortis.
Con le mani alzate e le urla nelle orecchie, ebbe un solo attimo per pensare. Ma sapeva già cosa fare. Guardò il rapinatore. Il rapinatore si girò di scatto. L’indice sul grilletto completò l’azione. La vita, e la vita della sua vita erano salve. La sua vita no, ma la cosa non aveva decisamente importanza.