| Entropyst ( @ 2004-12-20 15:12:00 |
[Racconto] L'incredibile storia di Alisia e della sua creatura
Sabato era il compleanno di una ragazza e volevo farle un regalo speciale. In una delle lunghe telefonate che tempo fa usavamo scambiarci, le mi diede involontariamente l'idea per un racconto. L'altro giorno mi sono concesso il raro lusso, di questi tempi, di starmene in casa senza far null'altro che scrivere. E, incredibilmente, sono riuscito in tempo a finire il racconto e a spedirglielo.
L'incredibile storia di Alisia e della sua creatura
Placida, in silenzio con le braccia sul grembo e in mezzo a tutto quel parlare, sembrava una cosa santa in mezzo ai mercanti. Capelli lunghi e neri, lisci come la seta, taglio d’occhi orientale che se non fosse stato per quel cromosoma in più si sarebbe quasi detta una geisha dallo sguardo un po’ assente. Era sul quel palco, probabilmente nel posto a lei più alieno al mondo, al centro di mille discorsi e sotto gli occhi di milioni di persone, semplicemente perché era incinta.
Alisa era nata sedici anni prima, nella periferia di una piccola città di provincia. Quando alla madre, una ragazzetta del luogo, fu detto della malattia della neonata, ella aveva già quasi deciso. La notizia fu l’ultimo tassello: uscì di casa senza nemmeno infagottare la sua bimba e prese il primo treno per non si sa dove. Fu duplice la sorpresa per la nonna di Alisia, nell’entrare all’indomani in camera della figlia: non vi trovò la ragazza che aveva cresciuto ma invece un’altra figlia da crescere.
A questa serie notevole di sfortune per un esserino di appena pochi giorni di vita mise una toppa proprio la nonna mamma, una signora sì all’antica ma ancora ben lucida, e decisa a riparare all’errore della figlia. Così con un sospirone sollevò la bimba dal letto su cui era deposta e a bassa voce le mormorò “Va bene, riiniziamo tutto da capo…”
Alisia crebbe bene. Bene per quanto possibile col fardello di quel piccolo e ingombrante cromosoma 21 in più. A cinque anni era infatti una bella bamboletta orientale, a dieci una bimba che sorrideva sempre, a sedici una ragazza silenziosa come un’adolescente problematica. La nonna faceva di tutto per non farla sentire diversa e per permetterle di recuperare per quanto possibile il gap che la separava dagli altri ragazzi. Quella sera a vederla su quel palco pareva che i risultati fossero stati alquanto buoni: Alisia sembrava seguire con attenzione e senza distrarsi la tempesta di parole che i variegati ospiti della trasmissione alzavano sulla sua storia, e ogni tanto persino annuiva. Seguiva tutto in silenzio. Come in silenzio aveva seguito qualunque avvenimento della propria vita.
Nonna Veronica le aveva provate tutte per farle dire almeno una parola. In quell’età in cui i bambini sono delle piccole spugne curiose del mondo aveva fatto ad Alisia lunghissimi discorsi su qualunque cosa le venisse in mente. Le aveva parlato dei fenici, del caro prezzi, del Lanerossi Vicenza, di Luigi Tenco, della Costituzione, del muro di Berlino, dei mercatini rionali e persino di quando si era innamorata di Bobby Solo. Qualunque cosa le raccontasse, alla fine Alisia faceva di sì con la testa. Ma sempre in silenzio.
I primi tempi la nonna aveva pensato ad normale ritardo di linguaggio legato alla diversità di Alisia. Ma quando il ritardo dopo qualche anno sembrò eccessivo le venne il dubbio che l’afonia fosse data da qualcosa di patologico. Fece il giro di qualche dottore e nessuno di loro trovò altro di più che una normale bambina anormale, con un normale apparato vocale e un’intelligenza che normalmente avrebbe dovuto consentire ad Alisa di parlare. La diagnosi fu alla fine semplice e riassunta con una frase breve e lapalissiana dall’ultimo medico interpellato: “La bimba non parla perché sta zitta”.
Gli anni della scuola passarono senza particolari intoppi. Alisia iniziò la prima elementare all’età dieci anni e in silenzio fece tutti e cinque gli anni in soli sette, grazie all’amorevole supporto di Pina, un’insegnante di sostegno che era sempre al fianco per fare da tramite tra lei e il mondo. Inoltre nonna Veronica, sempre più decisa a fare in modo che la sua nipotina non perdesse il passo delle altre persone, affidò l’educazione pomeridiana della giovane al professore Durlandoni, vicino di appartamento da una vita nonché docente in pensione. Il professore, dall’aspetto di un austero Freud attempato, prese subito a cuore la questione di insegnare ad Alisia tutto ciò di cui lei necessitasse nella vita. Quando le prime nausee colsero la nipote, Veronica, donna di mondo, andò a bussare all’appartamento del Durlandoni per chiedergli se avesse notato ultimamente comportamenti strani nella ragazza. Gli raccontò delle nausee ed esclamò un “Dio non voglia che a scuola…” lasciando in sospeso nell’aere il timore inespresso. Il professore, capendo a cosa si riferisse l’anziana donna, sbiancò in volto e si unì con espressione contrita al suo timore, riuscendo comunque a spendere qualche parola di conforto, dicendo che avrebbe discretamente indagato con domande all’adolescente ma che magari era solo un malore passeggero.
La mattina dopo il professor Durlandoni fu visto partire in fretta e furia con la sua auto carica di libri e la portinaia riferì che era andato in vacanza. La prima vacanza in sessantacinque anni di vita, commentò il condominio.
La notizia della gravidanza di Alisia si sparse nel vicinato con l’istantaneità che era dovuta alla particolarità dell’evento nel microcosmo del quartiere. La prima a saperlo fu l’altra vicina di pianerottolo della famiglia, la signora Floriana. Dopo lo seppe la signorina Margiotta, dopodiché la portinaia, l’untrice maxima, e di lì la voce logicamente arrivò tutti. Così un assistente sociale la settimana dopo si presentò sull’uscio della casa di nonna e nipote.
- Signora -, incalzò subito la funzionaria, - dobbiamo pensare già da ora al futuro di sua nipote e della di lei creatura! –
- Al futuro della mia di me nipote e del di me pronipote ci penso io, se permette –
- Ma lei è una donna oramai di una certa età, chi baderà al piccolo nato? –
- Ci baderà la madre, che domande! –
L’assistente fece un passo avanti superando la soglia dell’appartamento: - Ma la madre non è in grado neppure di badare a se stessa, figuriamoci come potrebbe prendersi cura di un essere inerme! –
- Lo vedremo a tempo debito -, rispose battagliera nonna Veronica. – Nel frattempo vediamo di confutare il fatto che io sia una “donna oramai di una certa età” – e così dicendo spinse l’esile signora fuori dalla casa sbattendole la porta in faccia.
Di lì le cose presero un’accelerazione improvvisa e certamente non gradita alla signora Veronica. L’assistente sociale rientrò alla base e riferì l’esito negativo della missione e la caparbietà della nonna. Altre ambasciate furono mandate dal centro di assistenza alle due donne ma i risultati non furono migliori. Anzi l’effetto collaterale fu quello di irrigidire le posizioni della nonna che smise di mandare la nipote a scuola per paura le fosse portata via in quei frangenti. A nulla valsero le rassicurazioni dei funzionari che le dissero che niente sarebbe stato fatto se non per il bene della ragazza e del nascituro. Unica concessione che riuscirono ad avere: la visita periodica a domicilio da parte di un medico per controllare che la gravidanza procedesse senza problemi. E in effetti nei primi mesi nessun contrattempo fisico preoccupò la salute di Alisia e del suo piccolo fardello.
Intanto fuori dall’appartamento il caso della ragazza down divenuta futura ragazza madre down aveva varcato il confine del piccolo quartiere. L’assistenza sociale si era rivolta al sindaco per avere l’autorizzazione a ricoverare coattamente la giovane, soggetto a rischio e perciò necessario del massimo di assistenza medica possibile. Il sindaco fu lì per lì per approvare un intervento di forza quando qualcuno della sua corrente politica gli fece notare che forse la cosa sarebbe stata intesa male dalla popolazione della piccola cittadina: strappare una figlia alla propria madre o nonna che sia non è cosa che molti apprezzerebbero, signor Sindaco, e poi siamo sotto elezioni, signor Sindaco. E quella firma non fu mai vergata. Le opposizioni presero subito la palla al balzo e accusarono la maggioranza di lassismo, di mettere a repentaglio due giovani vite per mero populismo. Il dibattito tra le due fazioni ebbe come ring i giornali locali, poi passò alle televisioni provinciali e di lì si trasformò in una battle royal. Intervenne l’autorità ecclesiastica, che disse giù le mani dalle due donne, che la nonna sia lasciata in pace e possa insegnare alla nipote ad essere una buona madre. Intervenne il presidente della provincia che dichiarò che si sarebbe informato sulla questione ma che in linea di principio si sarebbe dovuta valutare l’effettiva affidabilità della ragazza down come eventuale madre. Intervennero diverse famiglie che dichiararono la propria disponibilità ad adottare il nascituro. Intervenne un sedicente gruppo La Rupe che aveva molto consenso nella zona nonostante (o proprio per) le posizioni estremiste che sosteneva, e disse che bisognava procedere con le analisi sul nascituro e nel caso anche lui fosse stato trovato con il 21esimo cromosoma in più, procedere immediatamente all’aborto per non peggiorare ancor di più la qualità di vita di Alisia. Furono organizzate tavole rotonde e lanciati sondaggi e la questione su cosa fare al momento della nascita del pargolo arrivò più volte alla ribalta della cronaca nazionale.
Tutte queste cose passavano sopra le teste di nonna Veronica e di Alisia come un nugolo di vespe impazzite. Ogni giorno la nonna leggeva alla nipote gli articoli che riguardavano la sua storia e Alisia rimaneva in ascolto, placida e tranquilla, facendo ogni tanto sì con la testa. L’anziana donna era caparbia ma realista: più leggeva ed ascoltava le cronache e i commenti e più si rendeva conto che le possibilità che il bimbo fosse lasciato alla sua Alisia erano praticamente nulle.
E intanto i mesi passavano. La nausee si attenuarono mentre la siluette della ragazza iniziava ad acquistare le rotondità consone al suo status di mamma. A sei mesi il rigonfiamento del ventre dimostrava chiaramente che lì dentro una piccola vita man mano cresceva. A sette mesi la situazione era più o meno invariata e così ad otto. I controlli oramai quotidiani del medico confermavano che era tutto a posto, forse il piccino era un minimo sotto peso ma aveva tutto il tempo di crescere nel mese rimasto. Altra particolarità: Alisia non sembrava quasi sentire il peso della sua gravidanza: mangiava poco più del normale, si muoveva come suo solito, dormiva come prima del concepimento. Quindi, quando si arrivò al nono mese, Alisia aveva tutto fuorché l’aspetto di una donna che stesse per partorire. Ma doveva essere ricoverata lo stesso: i conti erano giusti e ogni giorno poteva oramai quello buono. Anche la nonna lo sapeva, e voleva troppo bene alla giovane nipote per metterne in pericolo la salute. Così, a malincuore, diede l’assenso al ricovero della ragazza.
Alisia venne ricoverata al reparto ostetricia dell’ospedale del capoluogo. Le fu fatta ogni sorta di analisi e controlli, dopodiché tutti rimasero in attesa delle prime avvisaglie del parto. Passò la prima settimana, la seconda, la terza settimana. Ma il bambino pareva non avere nessuna intenzione di nascere.
In reparto fu convocato un consulto: il ritardo era oramai davvero troppo, era forse il caso di intervenire con un taglio cesareo. Ma la mamma, osservò più di qualcuno, gode di ottima salute. Le analisi sono perfette e il bambino non è assolutamente in posizione, dissero. Non ci sono proprio le condizioni per farlo nascere, convennero. Però non si era mai sentito di quasi un mese di ritardo per un parto. Furono chiamati in reparto luminari di fama nazionale e internazionale e Alisia e la sua creatura furono sottoposte di nuovo ad una ancor più lunga serie di analisi. Dottori e studiosi parlarono a lungo tra loro e si confrontarono, mentre intanto altro tempo passò. Erano trascorsi dieci mesi dal concepimento. Ma il bambino se ne stava lì nel suo liquido amniotico, placido e silenzioso come sua madre. Senza la benché minima intenzione di nascere.
Al che qualcuno dei luminari azzardò che forse il bambino non sarebbe davvero mai nato. Semplicemente avrebbe passato la sua vita all’interno del grembo materno. Una volta eliminato l'impossibile quello che resta, per quanto improbabile, deve essere per forza la verità. Così Alisia e il suo bimbo furono bollati e acclarati come il primo caso di simbiosi umana nella storia. Una mamma e il suo bambino per sempre insieme nel modo più intimo possibile.
E Alisia tornò a casa.
E’ di questa strana storia che parla adesso tutta questa gente sul palco, mentre Alisia guarda tutti in silenzio, placida e con le braccia sul grembo.
Ogni tanto annuisce, anche se ad osservarla si può dubitare che ella capisca davvero cosa si stia dicendo o invece il gesto sia solo un riflesso condizionato, una specie di tic. Se però qualcuno all’uscita dello studio fosse riuscito a seguirla fino a casa ed eludendo la scorta della nonna avesse potuto origliare alla porta della cameretta, avrebbe saputo. Avrebbe ascoltato infatti una sottile vocina sussurrare: “Un giorno non si interesseranno più a noi, tesoro. E quel giorno farò conoscere anche a te il mondo”. Non avrebbe potuto comunque sentire il gioioso calcetto che dall'interno del ventre di Alisa sancì il complice assenso del piccolo.
Sabato era il compleanno di una ragazza e volevo farle un regalo speciale. In una delle lunghe telefonate che tempo fa usavamo scambiarci, le mi diede involontariamente l'idea per un racconto. L'altro giorno mi sono concesso il raro lusso, di questi tempi, di starmene in casa senza far null'altro che scrivere. E, incredibilmente, sono riuscito in tempo a finire il racconto e a spedirglielo.
L'incredibile storia di Alisia e della sua creatura
Placida, in silenzio con le braccia sul grembo e in mezzo a tutto quel parlare, sembrava una cosa santa in mezzo ai mercanti. Capelli lunghi e neri, lisci come la seta, taglio d’occhi orientale che se non fosse stato per quel cromosoma in più si sarebbe quasi detta una geisha dallo sguardo un po’ assente. Era sul quel palco, probabilmente nel posto a lei più alieno al mondo, al centro di mille discorsi e sotto gli occhi di milioni di persone, semplicemente perché era incinta.Alisa era nata sedici anni prima, nella periferia di una piccola città di provincia. Quando alla madre, una ragazzetta del luogo, fu detto della malattia della neonata, ella aveva già quasi deciso. La notizia fu l’ultimo tassello: uscì di casa senza nemmeno infagottare la sua bimba e prese il primo treno per non si sa dove. Fu duplice la sorpresa per la nonna di Alisia, nell’entrare all’indomani in camera della figlia: non vi trovò la ragazza che aveva cresciuto ma invece un’altra figlia da crescere.
A questa serie notevole di sfortune per un esserino di appena pochi giorni di vita mise una toppa proprio la nonna mamma, una signora sì all’antica ma ancora ben lucida, e decisa a riparare all’errore della figlia. Così con un sospirone sollevò la bimba dal letto su cui era deposta e a bassa voce le mormorò “Va bene, riiniziamo tutto da capo…”
Alisia crebbe bene. Bene per quanto possibile col fardello di quel piccolo e ingombrante cromosoma 21 in più. A cinque anni era infatti una bella bamboletta orientale, a dieci una bimba che sorrideva sempre, a sedici una ragazza silenziosa come un’adolescente problematica. La nonna faceva di tutto per non farla sentire diversa e per permetterle di recuperare per quanto possibile il gap che la separava dagli altri ragazzi. Quella sera a vederla su quel palco pareva che i risultati fossero stati alquanto buoni: Alisia sembrava seguire con attenzione e senza distrarsi la tempesta di parole che i variegati ospiti della trasmissione alzavano sulla sua storia, e ogni tanto persino annuiva. Seguiva tutto in silenzio. Come in silenzio aveva seguito qualunque avvenimento della propria vita.
Nonna Veronica le aveva provate tutte per farle dire almeno una parola. In quell’età in cui i bambini sono delle piccole spugne curiose del mondo aveva fatto ad Alisia lunghissimi discorsi su qualunque cosa le venisse in mente. Le aveva parlato dei fenici, del caro prezzi, del Lanerossi Vicenza, di Luigi Tenco, della Costituzione, del muro di Berlino, dei mercatini rionali e persino di quando si era innamorata di Bobby Solo. Qualunque cosa le raccontasse, alla fine Alisia faceva di sì con la testa. Ma sempre in silenzio.
I primi tempi la nonna aveva pensato ad normale ritardo di linguaggio legato alla diversità di Alisia. Ma quando il ritardo dopo qualche anno sembrò eccessivo le venne il dubbio che l’afonia fosse data da qualcosa di patologico. Fece il giro di qualche dottore e nessuno di loro trovò altro di più che una normale bambina anormale, con un normale apparato vocale e un’intelligenza che normalmente avrebbe dovuto consentire ad Alisa di parlare. La diagnosi fu alla fine semplice e riassunta con una frase breve e lapalissiana dall’ultimo medico interpellato: “La bimba non parla perché sta zitta”.
Gli anni della scuola passarono senza particolari intoppi. Alisia iniziò la prima elementare all’età dieci anni e in silenzio fece tutti e cinque gli anni in soli sette, grazie all’amorevole supporto di Pina, un’insegnante di sostegno che era sempre al fianco per fare da tramite tra lei e il mondo. Inoltre nonna Veronica, sempre più decisa a fare in modo che la sua nipotina non perdesse il passo delle altre persone, affidò l’educazione pomeridiana della giovane al professore Durlandoni, vicino di appartamento da una vita nonché docente in pensione. Il professore, dall’aspetto di un austero Freud attempato, prese subito a cuore la questione di insegnare ad Alisia tutto ciò di cui lei necessitasse nella vita. Quando le prime nausee colsero la nipote, Veronica, donna di mondo, andò a bussare all’appartamento del Durlandoni per chiedergli se avesse notato ultimamente comportamenti strani nella ragazza. Gli raccontò delle nausee ed esclamò un “Dio non voglia che a scuola…” lasciando in sospeso nell’aere il timore inespresso. Il professore, capendo a cosa si riferisse l’anziana donna, sbiancò in volto e si unì con espressione contrita al suo timore, riuscendo comunque a spendere qualche parola di conforto, dicendo che avrebbe discretamente indagato con domande all’adolescente ma che magari era solo un malore passeggero.
La mattina dopo il professor Durlandoni fu visto partire in fretta e furia con la sua auto carica di libri e la portinaia riferì che era andato in vacanza. La prima vacanza in sessantacinque anni di vita, commentò il condominio.
La notizia della gravidanza di Alisia si sparse nel vicinato con l’istantaneità che era dovuta alla particolarità dell’evento nel microcosmo del quartiere. La prima a saperlo fu l’altra vicina di pianerottolo della famiglia, la signora Floriana. Dopo lo seppe la signorina Margiotta, dopodiché la portinaia, l’untrice maxima, e di lì la voce logicamente arrivò tutti. Così un assistente sociale la settimana dopo si presentò sull’uscio della casa di nonna e nipote.
- Signora -, incalzò subito la funzionaria, - dobbiamo pensare già da ora al futuro di sua nipote e della di lei creatura! –
- Al futuro della mia di me nipote e del di me pronipote ci penso io, se permette –
- Ma lei è una donna oramai di una certa età, chi baderà al piccolo nato? –
- Ci baderà la madre, che domande! –
L’assistente fece un passo avanti superando la soglia dell’appartamento: - Ma la madre non è in grado neppure di badare a se stessa, figuriamoci come potrebbe prendersi cura di un essere inerme! –
- Lo vedremo a tempo debito -, rispose battagliera nonna Veronica. – Nel frattempo vediamo di confutare il fatto che io sia una “donna oramai di una certa età” – e così dicendo spinse l’esile signora fuori dalla casa sbattendole la porta in faccia.
Di lì le cose presero un’accelerazione improvvisa e certamente non gradita alla signora Veronica. L’assistente sociale rientrò alla base e riferì l’esito negativo della missione e la caparbietà della nonna. Altre ambasciate furono mandate dal centro di assistenza alle due donne ma i risultati non furono migliori. Anzi l’effetto collaterale fu quello di irrigidire le posizioni della nonna che smise di mandare la nipote a scuola per paura le fosse portata via in quei frangenti. A nulla valsero le rassicurazioni dei funzionari che le dissero che niente sarebbe stato fatto se non per il bene della ragazza e del nascituro. Unica concessione che riuscirono ad avere: la visita periodica a domicilio da parte di un medico per controllare che la gravidanza procedesse senza problemi. E in effetti nei primi mesi nessun contrattempo fisico preoccupò la salute di Alisia e del suo piccolo fardello.
Intanto fuori dall’appartamento il caso della ragazza down divenuta futura ragazza madre down aveva varcato il confine del piccolo quartiere. L’assistenza sociale si era rivolta al sindaco per avere l’autorizzazione a ricoverare coattamente la giovane, soggetto a rischio e perciò necessario del massimo di assistenza medica possibile. Il sindaco fu lì per lì per approvare un intervento di forza quando qualcuno della sua corrente politica gli fece notare che forse la cosa sarebbe stata intesa male dalla popolazione della piccola cittadina: strappare una figlia alla propria madre o nonna che sia non è cosa che molti apprezzerebbero, signor Sindaco, e poi siamo sotto elezioni, signor Sindaco. E quella firma non fu mai vergata. Le opposizioni presero subito la palla al balzo e accusarono la maggioranza di lassismo, di mettere a repentaglio due giovani vite per mero populismo. Il dibattito tra le due fazioni ebbe come ring i giornali locali, poi passò alle televisioni provinciali e di lì si trasformò in una battle royal. Intervenne l’autorità ecclesiastica, che disse giù le mani dalle due donne, che la nonna sia lasciata in pace e possa insegnare alla nipote ad essere una buona madre. Intervenne il presidente della provincia che dichiarò che si sarebbe informato sulla questione ma che in linea di principio si sarebbe dovuta valutare l’effettiva affidabilità della ragazza down come eventuale madre. Intervennero diverse famiglie che dichiararono la propria disponibilità ad adottare il nascituro. Intervenne un sedicente gruppo La Rupe che aveva molto consenso nella zona nonostante (o proprio per) le posizioni estremiste che sosteneva, e disse che bisognava procedere con le analisi sul nascituro e nel caso anche lui fosse stato trovato con il 21esimo cromosoma in più, procedere immediatamente all’aborto per non peggiorare ancor di più la qualità di vita di Alisia. Furono organizzate tavole rotonde e lanciati sondaggi e la questione su cosa fare al momento della nascita del pargolo arrivò più volte alla ribalta della cronaca nazionale.
Tutte queste cose passavano sopra le teste di nonna Veronica e di Alisia come un nugolo di vespe impazzite. Ogni giorno la nonna leggeva alla nipote gli articoli che riguardavano la sua storia e Alisia rimaneva in ascolto, placida e tranquilla, facendo ogni tanto sì con la testa. L’anziana donna era caparbia ma realista: più leggeva ed ascoltava le cronache e i commenti e più si rendeva conto che le possibilità che il bimbo fosse lasciato alla sua Alisia erano praticamente nulle.
E intanto i mesi passavano. La nausee si attenuarono mentre la siluette della ragazza iniziava ad acquistare le rotondità consone al suo status di mamma. A sei mesi il rigonfiamento del ventre dimostrava chiaramente che lì dentro una piccola vita man mano cresceva. A sette mesi la situazione era più o meno invariata e così ad otto. I controlli oramai quotidiani del medico confermavano che era tutto a posto, forse il piccino era un minimo sotto peso ma aveva tutto il tempo di crescere nel mese rimasto. Altra particolarità: Alisia non sembrava quasi sentire il peso della sua gravidanza: mangiava poco più del normale, si muoveva come suo solito, dormiva come prima del concepimento. Quindi, quando si arrivò al nono mese, Alisia aveva tutto fuorché l’aspetto di una donna che stesse per partorire. Ma doveva essere ricoverata lo stesso: i conti erano giusti e ogni giorno poteva oramai quello buono. Anche la nonna lo sapeva, e voleva troppo bene alla giovane nipote per metterne in pericolo la salute. Così, a malincuore, diede l’assenso al ricovero della ragazza.
Alisia venne ricoverata al reparto ostetricia dell’ospedale del capoluogo. Le fu fatta ogni sorta di analisi e controlli, dopodiché tutti rimasero in attesa delle prime avvisaglie del parto. Passò la prima settimana, la seconda, la terza settimana. Ma il bambino pareva non avere nessuna intenzione di nascere.
In reparto fu convocato un consulto: il ritardo era oramai davvero troppo, era forse il caso di intervenire con un taglio cesareo. Ma la mamma, osservò più di qualcuno, gode di ottima salute. Le analisi sono perfette e il bambino non è assolutamente in posizione, dissero. Non ci sono proprio le condizioni per farlo nascere, convennero. Però non si era mai sentito di quasi un mese di ritardo per un parto. Furono chiamati in reparto luminari di fama nazionale e internazionale e Alisia e la sua creatura furono sottoposte di nuovo ad una ancor più lunga serie di analisi. Dottori e studiosi parlarono a lungo tra loro e si confrontarono, mentre intanto altro tempo passò. Erano trascorsi dieci mesi dal concepimento. Ma il bambino se ne stava lì nel suo liquido amniotico, placido e silenzioso come sua madre. Senza la benché minima intenzione di nascere.
Al che qualcuno dei luminari azzardò che forse il bambino non sarebbe davvero mai nato. Semplicemente avrebbe passato la sua vita all’interno del grembo materno. Una volta eliminato l'impossibile quello che resta, per quanto improbabile, deve essere per forza la verità. Così Alisia e il suo bimbo furono bollati e acclarati come il primo caso di simbiosi umana nella storia. Una mamma e il suo bambino per sempre insieme nel modo più intimo possibile.
E Alisia tornò a casa.
E’ di questa strana storia che parla adesso tutta questa gente sul palco, mentre Alisia guarda tutti in silenzio, placida e con le braccia sul grembo.
Ogni tanto annuisce, anche se ad osservarla si può dubitare che ella capisca davvero cosa si stia dicendo o invece il gesto sia solo un riflesso condizionato, una specie di tic. Se però qualcuno all’uscita dello studio fosse riuscito a seguirla fino a casa ed eludendo la scorta della nonna avesse potuto origliare alla porta della cameretta, avrebbe saputo. Avrebbe ascoltato infatti una sottile vocina sussurrare: “Un giorno non si interesseranno più a noi, tesoro. E quel giorno farò conoscere anche a te il mondo”. Non avrebbe potuto comunque sentire il gioioso calcetto che dall'interno del ventre di Alisa sancì il complice assenso del piccolo.