| Entropyst ( @ 2004-09-03 22:16:00 |
[omaggio] Things
Ecco. Su che è facile.
Things
La pioggia batte forte fuori dalla finestra e mi culla con piccoli ticchetii sui vetri. Culla me, il mio brandy e la curiosa sensazione di essere osservato. Ma ad osservarmi c’è solo Baby, la mia cagnetta. Nessuno può essere nelle vicinanze senza lo avessi già sentito arrivare chilometri fa. Siamo in mezzo al nulla, io e la mia villa.
Il mio regno, sperduto nella capagna come un baobab nel deserto. La mia bellissima villa, vinta in una intera notte di gioco. E’ bellissima, anche se allora barai. Lui non scoprì mai il trucco, ma era certo avessi imbrogliato. Che lo trovarono suicida in spiaggia il giorno dopo non mi fece alcun effetto. Fu per quella stella della ragazza che ci stetti male, bellissima anche da morta, con i capelli scompigliati dalle onde sul bagnasciuga.
Forse aveva paura gli rubassi anche lei.
Ma allora è come adesso, quando tutto è così forte che non pensi possa cambiare mai. Come adesso, sotto questi fulmini e questa grandine, che non è possibile pensare che fino a poche ore fa qui c’era solo polvere e siccità. Che l’ultima volta che ha piovuto così tanto io vivevo in una città, con un fiume che invase le strade e lasciò la sua riga nera ammonitrice sui ogni muro di ogni palazzo.
Questo rumore… no, non può essere. Nessuno può essere fuori da quella porta a bussare. Perché guardi fuori e scodinzoli Baby? Non può esserci nessuno. Nessuno mi farà alzare da questa sedia a dondolo, sono troppo vecchio e stanco. Finirei in terra, diventerei parte dell’arredamento, verrebbero a farmi la sagoma intorno col gesso come in Bonanza, hai presente Baby?
Una volta qui era tutto deserto. Poi qualcuno decise di costruirci questa villa. Qualcuno che aveva deciso di passarci i suoi ultimi giorni, solo, ricordando il passato in mezzo alle sue fotografie. Qualcuno che aveva fatto grandi cose in questo Paese ma poi aveva commesso un errore. Aveva circuito un bambino, o almeno così sosteneva l’accusa. Era andato a casa sua il mattino del suo compleanno, da vecchio amico di famiglia qual era, e a sera lo aveva portato via. Una sera di un giorno di festa, anche se pioveva, una vera tempesta.
Li ritrovarono il giorno dopo, tutti e due nel suo attico al decimo piano. Il bambino sorrideva e lo salutò mentre i poliziotti lo presero in consegna. “Lei è in grossi guai, signor Doberman”, e il volto del tenente era buio come lo squarcio che era nato nel suo futuro.
Si fece anche qualche giorno in prigione, con cella e oria d’aria e tutto, con l’impossibilità di guardare oltre un muro di cinta. Poi si ritirò in quella villa, poi ci morì, credo.
Bussano, bussano ancora. Non aspetto nessuno. Vediamo se qualcuno lissù ha deciso che le mie ossa reggeranno anche questi ultimi metri. Vediamo…
Eccolo, lo sapevo. Un botolo, sei contenta Baby? Abbiamo un ospite e non sappiamo nemmeno come si chiama. Ci guarda e sta zitto, neppure si scrolla l’acqua di dosso. Guarda come è serio.
Baby, sei strana, lo sai? Non sei abituata ai tuoi simili, proprio come me. Ma fai passare un giorno e vedrai come la notte andrai in cerca di lui. E guarda come parlo. Mi sono rincoglionito, una volta non ero così. Adesso ho troppe nuvole sulla coscienza, troppe cose da farmi perdonare, mi sto rammollendo. Da giovane ero bello e terribile come l’Apocalisse. Ogni cosa che facevo era una piccola esplosione, non avevo rimorsi nè incertezze. Il mio Paese era il mio territorio di caccia, non facevo distinzioni di sorta. Un giorno arrivai a rubare uno scanno dal coro di una cattedrale solo perché mi piaceva alla follia. Lo portai nella mia tana, un seminterrato giù in città, e lo usai come mia poltrona personale per anni. Ma un dì mi presero, mi fecero l’elenco di tutto ciò che avevo fatto e quasi buttarono la chiave.
Ma tu Baby questa storia già la sai, te l’avrà ripetuta un migliaio di volte questo vecchio rincoglionito. Meglio accendo la tv, magari ti vedi insieme al botolo i cartoni animati che ti piacciono tanto, mentre io tento di spostare queste quattro ossa in cucina a cercare da mangiare anche per lui. Sempre se riesco ad accenderla, questa maledetta. Sempre che come al solito durante queste tempeste non salti di nuovo l’impianto elettrico. Devo decidermi a farlo riparare, non vorrei durare più io di lui. Sarebbe buffo vero se finisse come nella canzone, vero Baby?
C'è qualcuno che bussa, baby, aspettavi qualcuno?
Ho guardato nel buio, baby, e non ho visto nessuno.
Troppe volte zero, baby, non vuol dire uno,
c'è qualcosa che brucia in tutto questo fumo.
Ecco. Su che è facile.
Things
La pioggia batte forte fuori dalla finestra e mi culla con piccoli ticchetii sui vetri. Culla me, il mio brandy e la curiosa sensazione di essere osservato. Ma ad osservarmi c’è solo Baby, la mia cagnetta. Nessuno può essere nelle vicinanze senza lo avessi già sentito arrivare chilometri fa. Siamo in mezzo al nulla, io e la mia villa.
Il mio regno, sperduto nella capagna come un baobab nel deserto. La mia bellissima villa, vinta in una intera notte di gioco. E’ bellissima, anche se allora barai. Lui non scoprì mai il trucco, ma era certo avessi imbrogliato. Che lo trovarono suicida in spiaggia il giorno dopo non mi fece alcun effetto. Fu per quella stella della ragazza che ci stetti male, bellissima anche da morta, con i capelli scompigliati dalle onde sul bagnasciuga.
Forse aveva paura gli rubassi anche lei.
Ma allora è come adesso, quando tutto è così forte che non pensi possa cambiare mai. Come adesso, sotto questi fulmini e questa grandine, che non è possibile pensare che fino a poche ore fa qui c’era solo polvere e siccità. Che l’ultima volta che ha piovuto così tanto io vivevo in una città, con un fiume che invase le strade e lasciò la sua riga nera ammonitrice sui ogni muro di ogni palazzo.
Questo rumore… no, non può essere. Nessuno può essere fuori da quella porta a bussare. Perché guardi fuori e scodinzoli Baby? Non può esserci nessuno. Nessuno mi farà alzare da questa sedia a dondolo, sono troppo vecchio e stanco. Finirei in terra, diventerei parte dell’arredamento, verrebbero a farmi la sagoma intorno col gesso come in Bonanza, hai presente Baby?
Una volta qui era tutto deserto. Poi qualcuno decise di costruirci questa villa. Qualcuno che aveva deciso di passarci i suoi ultimi giorni, solo, ricordando il passato in mezzo alle sue fotografie. Qualcuno che aveva fatto grandi cose in questo Paese ma poi aveva commesso un errore. Aveva circuito un bambino, o almeno così sosteneva l’accusa. Era andato a casa sua il mattino del suo compleanno, da vecchio amico di famiglia qual era, e a sera lo aveva portato via. Una sera di un giorno di festa, anche se pioveva, una vera tempesta.
Li ritrovarono il giorno dopo, tutti e due nel suo attico al decimo piano. Il bambino sorrideva e lo salutò mentre i poliziotti lo presero in consegna. “Lei è in grossi guai, signor Doberman”, e il volto del tenente era buio come lo squarcio che era nato nel suo futuro.
Si fece anche qualche giorno in prigione, con cella e oria d’aria e tutto, con l’impossibilità di guardare oltre un muro di cinta. Poi si ritirò in quella villa, poi ci morì, credo.
Bussano, bussano ancora. Non aspetto nessuno. Vediamo se qualcuno lissù ha deciso che le mie ossa reggeranno anche questi ultimi metri. Vediamo…
Eccolo, lo sapevo. Un botolo, sei contenta Baby? Abbiamo un ospite e non sappiamo nemmeno come si chiama. Ci guarda e sta zitto, neppure si scrolla l’acqua di dosso. Guarda come è serio.
Baby, sei strana, lo sai? Non sei abituata ai tuoi simili, proprio come me. Ma fai passare un giorno e vedrai come la notte andrai in cerca di lui. E guarda come parlo. Mi sono rincoglionito, una volta non ero così. Adesso ho troppe nuvole sulla coscienza, troppe cose da farmi perdonare, mi sto rammollendo. Da giovane ero bello e terribile come l’Apocalisse. Ogni cosa che facevo era una piccola esplosione, non avevo rimorsi nè incertezze. Il mio Paese era il mio territorio di caccia, non facevo distinzioni di sorta. Un giorno arrivai a rubare uno scanno dal coro di una cattedrale solo perché mi piaceva alla follia. Lo portai nella mia tana, un seminterrato giù in città, e lo usai come mia poltrona personale per anni. Ma un dì mi presero, mi fecero l’elenco di tutto ciò che avevo fatto e quasi buttarono la chiave.
Ma tu Baby questa storia già la sai, te l’avrà ripetuta un migliaio di volte questo vecchio rincoglionito. Meglio accendo la tv, magari ti vedi insieme al botolo i cartoni animati che ti piacciono tanto, mentre io tento di spostare queste quattro ossa in cucina a cercare da mangiare anche per lui. Sempre se riesco ad accenderla, questa maledetta. Sempre che come al solito durante queste tempeste non salti di nuovo l’impianto elettrico. Devo decidermi a farlo riparare, non vorrei durare più io di lui. Sarebbe buffo vero se finisse come nella canzone, vero Baby?
C'è qualcuno che bussa, baby, aspettavi qualcuno?
Ho guardato nel buio, baby, e non ho visto nessuno.
Troppe volte zero, baby, non vuol dire uno,
c'è qualcosa che brucia in tutto questo fumo.