| Entropyst ( @ 2004-08-22 12:42:00 |
[racconto] Lo Zen e l'arte del Telequiz
Se stai guidando l'auto e il contachilometri ti presenta serie curiose di numeri e inoltre di fianco a te c'è
lucifero, il minimo è che ne esca fuori un racconto.
Lo Zen e l'arte del Telequiz
Aprì gli occhi poco prima che la sveglia suonasse, esattamente alle nove e undici minuti. Non che avesse dormito molto quella notte, a dire il vero. In bagno fece fatica a centrare lo spazzolino con il cilindro del dentifricio in gel mentre il suo corpo iniziava a somatizzare l’importanza della giornata.
Il giorno della domanda finale. Dopo undici puntate di selezioni e nove di solitaria era arrivato all’ultimo scoglio. Forse non era davvero così sfortunato come aveva pensato in ogni momento dei suoi 44 anni di vita. Aprì il frigobar e ne prese burro e marmellata. Meticoloso com’era controllò non fossero scadute: settembre 2011.
Spalmò pensieroso le fette biscottate rompendone almeno nove per il nervosismo. Aveva ben ragione di essere nervoso. Quel giorno poteva cambiargli l’esistenza. Se avesse risposto correttamente come d’incanto sarebbe scomparso tutto. Nessuna preoccupazione più, nessun pensiero molesto, nulla di nulla: solo una montagna di soldi a fare da magnifica intercapedine tra lui e la realtà. Avrebbe potuto riprendere a giocare a scacchi (undici anni fa era bravino, aveva vinto già nove tornei a livello regionale), avrebbe potuto viaggiare o rimanere a casa, scrivere, dipingere, guardare la tivù per un mese di seguito. Avrebbe potuto insomma fare tutto ciò che adesso la sua vita grigia da impiegato all’ufficio 9-11 del catasto gli impediva di fare.
Basta fantasticare, tempo di iniziare a pensare alla domanda. Sapeva due cose, a riguardo: che sarebbe stata di storia moderna e che sarebbe stata facile. Sì, facile.
In nove edizioni del programma non era mai accaduto che un concorrente saltasse la prima domanda e se la portasse sino in fondo. Lui lo aveva fatto, in un singulto di masochismo che solo chi avesse vissuto la sua esistenza nei suoi abiti e in quell’autolavaggio difettoso che era la sua vita avrebbe potuto capire. Era passato alla seconda domanda e aveva lasciato irrisposta la prima. Poi aveva risposto alla terza, poi alla quarta. Infine era arrivato alla nona. In quel momento avrebbe potuto scegliere di rispondere prima alla domanda lasciata in sospeso. Il presentatore aveva fatto l’appello di rito, lui ci aveva pensato su giusto undici secondi prima di rispondere: “La domanda numero nove”, aveva detto serio e con un soffio di voce.
Mentre ricordava quegli attimi si diresse verso il tavolo al centro della stanza. Sopra vi erano posati in ordine sparso i nove volumi che aveva scelto per prepararsi. Ognuno di loro trattava eventi, date e personaggi degli ultimi anni del pianeta. Con quei numeri e quei nomi aveva riempito undici quaderni, un’abitudine di studio che gli era rimasta da quando aveva frequentato le superiori. Così si immerse nell’ultimo ripasso.
Nel pomeriggio squillò il telefono. Non aveva parenti che vedeva spesso (anche se ultimamente ne erano spuntati come funghi, di consanguinei lontani), né amici di cui avrebbe potuto attendere una telefonata. Quindi non si meravigliò più di tanto quando lesse sul display del telefono il numero 06911911. Il numero di telefono della produzione: era il momento di andare. Di lì a poco sarebbe passata un’auto a prenderlo, nonostante mancassero ben nove ore all’inizio della puntata. Nove ore e undici minuti, si puntualizzò in modo quasi autistico. Ma in effetti in nuovo studio era a qualche centinaio di chilometri da lì, colpa sua che non aveva voluto accettare una sistemazione differente da quell’albergo che gli aveva portato tanta e inaspettata fortuna sino ad allora. Quell’ultima volta decise di scendere a piedi i nove piani che lo separavano dalla hall, undici gradini ciascuno.
Centodiciannove chilometri dopo l’autista della BMW con i vetri fumè lo depositò davanti l’ingresso del teatro. Ad attenderlo c’era il responsabile di produzione, con il solito sorriso stampato in volto. Lo prese quasi di peso per un braccio e lo portò in sala trucco, dove nove assistenti iniziarono l’usuale balletto intorno a lui, chi a imbellettarlo, chi a pettinarlo, chi a chiedergli quale degli undici vestiti a disposizione volesse indossare. Scelse un grigio classico (il nono abito propostogli) e l’assistente fece una smorfia ad un collega come per dire ci avrei scommesso.
Poi fu il momento di andare in scena. Durante il tragitto, scortato da tecnici e assistenti, si sentiva disorientato. Lo studio non era il solito studio, per quella puntata speciale era stata scelta una location speciale, quella del Teatro 911. Da dietro le quinte ascoltò come in un sogno le parole del presentatore.
- Ed eccoci al momento che tutti aspettavamo. Questa sera qualcuno può entrare nella storia o finire nella polvere. In “Tutto o Niente” le regole sono chiare: o si vince tutto o nulla –
L’ancorman fece i nove lunghissimi secondi di pausa previsti dal copione, mentre una musica epica faceva salire la tensione a livelli parossistici. Undici ballerine insieme a nove ballerini si incrociavano in una danza rapida e frenetica.
- Entri il concorrente! –
Uno, due, tre …undici passi. Stop. Aspettare il gesto dell’assistente alla regia. Poi nove passi e in postazione. Come un automa, con la mente a scacciare qualunque distrazione. I nove fari principali come nove piccoli soli su di lui. Ben undici telecamere puntate sul suo corpo. Novecentoundici spettatori col fiato sospeso ad attendere la domanda. Undici i secondi rimasti per rispondere, resto dei venti a disposizione nella puntata precedente.
Ecco, la domanda.
- Un avvenimento che a inizio millennio ha cambiato il modo di vivere e di pensare di tutti noi. Due aerei si abbattono sulle Torri Gemelle di New York City. Noi da lei vogliamo sapere … -
Pausa
Un colpo di tosse dal signore anziano in nona fila, undicesimo posto, rompe per un attimo il silenzio.
- … giorno e mese di questo terribile episodio. Via con il cronometro.-
D’istinto un’occhiata al grosso orologio digitale dietro le telecamere. Le ventuno e undici minuti.
E’ facile. E’ facile. Mi cambierà la vita.
- Il... … -
Breve esitazione. Altri nove secondi. Poi la voce, flebile.
- ... nove novembre. -
Se stai guidando l'auto e il contachilometri ti presenta serie curiose di numeri e inoltre di fianco a te c'è
Lo Zen e l'arte del Telequiz
Aprì gli occhi poco prima che la sveglia suonasse, esattamente alle nove e undici minuti. Non che avesse dormito molto quella notte, a dire il vero. In bagno fece fatica a centrare lo spazzolino con il cilindro del dentifricio in gel mentre il suo corpo iniziava a somatizzare l’importanza della giornata.
Il giorno della domanda finale. Dopo undici puntate di selezioni e nove di solitaria era arrivato all’ultimo scoglio. Forse non era davvero così sfortunato come aveva pensato in ogni momento dei suoi 44 anni di vita. Aprì il frigobar e ne prese burro e marmellata. Meticoloso com’era controllò non fossero scadute: settembre 2011.
Spalmò pensieroso le fette biscottate rompendone almeno nove per il nervosismo. Aveva ben ragione di essere nervoso. Quel giorno poteva cambiargli l’esistenza. Se avesse risposto correttamente come d’incanto sarebbe scomparso tutto. Nessuna preoccupazione più, nessun pensiero molesto, nulla di nulla: solo una montagna di soldi a fare da magnifica intercapedine tra lui e la realtà. Avrebbe potuto riprendere a giocare a scacchi (undici anni fa era bravino, aveva vinto già nove tornei a livello regionale), avrebbe potuto viaggiare o rimanere a casa, scrivere, dipingere, guardare la tivù per un mese di seguito. Avrebbe potuto insomma fare tutto ciò che adesso la sua vita grigia da impiegato all’ufficio 9-11 del catasto gli impediva di fare.
Basta fantasticare, tempo di iniziare a pensare alla domanda. Sapeva due cose, a riguardo: che sarebbe stata di storia moderna e che sarebbe stata facile. Sì, facile.
In nove edizioni del programma non era mai accaduto che un concorrente saltasse la prima domanda e se la portasse sino in fondo. Lui lo aveva fatto, in un singulto di masochismo che solo chi avesse vissuto la sua esistenza nei suoi abiti e in quell’autolavaggio difettoso che era la sua vita avrebbe potuto capire. Era passato alla seconda domanda e aveva lasciato irrisposta la prima. Poi aveva risposto alla terza, poi alla quarta. Infine era arrivato alla nona. In quel momento avrebbe potuto scegliere di rispondere prima alla domanda lasciata in sospeso. Il presentatore aveva fatto l’appello di rito, lui ci aveva pensato su giusto undici secondi prima di rispondere: “La domanda numero nove”, aveva detto serio e con un soffio di voce.
Mentre ricordava quegli attimi si diresse verso il tavolo al centro della stanza. Sopra vi erano posati in ordine sparso i nove volumi che aveva scelto per prepararsi. Ognuno di loro trattava eventi, date e personaggi degli ultimi anni del pianeta. Con quei numeri e quei nomi aveva riempito undici quaderni, un’abitudine di studio che gli era rimasta da quando aveva frequentato le superiori. Così si immerse nell’ultimo ripasso.
Nel pomeriggio squillò il telefono. Non aveva parenti che vedeva spesso (anche se ultimamente ne erano spuntati come funghi, di consanguinei lontani), né amici di cui avrebbe potuto attendere una telefonata. Quindi non si meravigliò più di tanto quando lesse sul display del telefono il numero 06911911. Il numero di telefono della produzione: era il momento di andare. Di lì a poco sarebbe passata un’auto a prenderlo, nonostante mancassero ben nove ore all’inizio della puntata. Nove ore e undici minuti, si puntualizzò in modo quasi autistico. Ma in effetti in nuovo studio era a qualche centinaio di chilometri da lì, colpa sua che non aveva voluto accettare una sistemazione differente da quell’albergo che gli aveva portato tanta e inaspettata fortuna sino ad allora. Quell’ultima volta decise di scendere a piedi i nove piani che lo separavano dalla hall, undici gradini ciascuno.
Centodiciannove chilometri dopo l’autista della BMW con i vetri fumè lo depositò davanti l’ingresso del teatro. Ad attenderlo c’era il responsabile di produzione, con il solito sorriso stampato in volto. Lo prese quasi di peso per un braccio e lo portò in sala trucco, dove nove assistenti iniziarono l’usuale balletto intorno a lui, chi a imbellettarlo, chi a pettinarlo, chi a chiedergli quale degli undici vestiti a disposizione volesse indossare. Scelse un grigio classico (il nono abito propostogli) e l’assistente fece una smorfia ad un collega come per dire ci avrei scommesso.
Poi fu il momento di andare in scena. Durante il tragitto, scortato da tecnici e assistenti, si sentiva disorientato. Lo studio non era il solito studio, per quella puntata speciale era stata scelta una location speciale, quella del Teatro 911. Da dietro le quinte ascoltò come in un sogno le parole del presentatore.
- Ed eccoci al momento che tutti aspettavamo. Questa sera qualcuno può entrare nella storia o finire nella polvere. In “Tutto o Niente” le regole sono chiare: o si vince tutto o nulla –
L’ancorman fece i nove lunghissimi secondi di pausa previsti dal copione, mentre una musica epica faceva salire la tensione a livelli parossistici. Undici ballerine insieme a nove ballerini si incrociavano in una danza rapida e frenetica.
- Entri il concorrente! –
Uno, due, tre …undici passi. Stop. Aspettare il gesto dell’assistente alla regia. Poi nove passi e in postazione. Come un automa, con la mente a scacciare qualunque distrazione. I nove fari principali come nove piccoli soli su di lui. Ben undici telecamere puntate sul suo corpo. Novecentoundici spettatori col fiato sospeso ad attendere la domanda. Undici i secondi rimasti per rispondere, resto dei venti a disposizione nella puntata precedente.
Ecco, la domanda.
- Un avvenimento che a inizio millennio ha cambiato il modo di vivere e di pensare di tutti noi. Due aerei si abbattono sulle Torri Gemelle di New York City. Noi da lei vogliamo sapere … -
Pausa
Un colpo di tosse dal signore anziano in nona fila, undicesimo posto, rompe per un attimo il silenzio.
- … giorno e mese di questo terribile episodio. Via con il cronometro.-
D’istinto un’occhiata al grosso orologio digitale dietro le telecamere. Le ventuno e undici minuti.
E’ facile. E’ facile. Mi cambierà la vita.
- Il... … -
Breve esitazione. Altri nove secondi. Poi la voce, flebile.
- ... nove novembre. -