| Entropyst ( @ 2004-07-09 23:27:00 |
[racconto] Investigando una vita
Che nessuno si preoccupi, eh, cose e persone realmente esistenti sono state utilizzate dall'autore per pigrizia, ché a volte inventare non serve se puoi semplicemente descrivere.
Investigando una vita
Nemmeno l’accenno di una frenata. Come se avesse puntato dritto dritto il guard rail. Divelto nemmeno fosse stato burro. Saranno ottanta metri, qui sotto. Per recuperare il corpo hanno dovuto usare un elicottero, neppure si capiva bene dove fosse finita l’auto sfracellata, tutt’uno con rocce e alberi.
Lavoro di merda, il mio. Adesso tocca a me fare il giro e stendere il rapporto. Scelgono sempre me, per queste cose. Dicono che è perché ho l’aspetto da persona discreta, ma invece la verità è che per loro sono un’ottima lavata di mani, nessuno avrebbe il coraggio.
Per prima cosa sono andato a casa sua. Viveva con madre e fratello. Mi apre la signora. Avrà avuto cinquanta anni, ma in quel momento ne aveva almeno trenta di più. Come se tutta la vita del figlio le si fosse incancrenita dentro tutta in un attimo.
- Mi scusi, signora, sono della polizia, avrei qualche domanda da fare –
- Sì… certo… entri. –
Non c’era molto da chiedere. Nel breve tempo che rimaniamo nel soggiorno a parlare, quegli occhi mi dicono tutto. sono gli occhi di una madre che è sopravvissuta al proprio figlio e ha paura di non aver fatto abbastanza perché la tragedia non avvenisse. Mi dice continuamente “aveva mille interessi…” e invece vuole chiedermi rassicurazione con tutta se stessa “no, non è vero che lo ha fatto lui, vero?”.
Le chiedo di mostrarmi la camera e lasciarmi lì da solo per un po’ “sa, è la prassi, se non le dispiace”. Entrando vedo il fratello nella camera di fronte. Fissa il letto o qualcosa sulle lenzuola, in silenzio.
La cameretta è un caos organizzato. Mucchi a tema coprono il comodino, le mensole, la scrivania. Lì una grossa pila di libri, dall’altra parte aggeggi elettronici di ogni foggia, dall’altra ancora coperte di cd e dvd. Su un pannello blu foto di vacanze e di momenti felici.
Accendo il computer portatile, giro un po’ tra i documenti recenti. Poi esco da quella tana di una vita e chiedo alla signora di poter portare via il computer per esaminarlo in centrale con calma. “Certo”, mi dice come un automa.
La seconda tappa è il suo ufficio. Una piccola società, sei, sette persone in tutto. Un’aria terribile, come avessero pompato dentro i locali litri di gas malsano. Lavoro di merda. Chiedo di Carri, quello che mi hanno indicato come il suo migliore amico. “Non lo ha fatto lui, vero?”. “Non sappiamo ancora, stiamo indagando.”. “No, non può essere, lo conosco, non può essere”. E dietro quella certezza la stessa silenziosa domanda, la stessa richiesta di rassicurazione. “Lo ha visto strano, ultimamente?” “Un poco lo era. Era alle prese con una ragazza, si era sfogato con me ma nulla più. Un giorno di questi gli avevo promesso una lunga chiacchierata davanti una birra…”
Chiedo dove trovarla. Mi dice che è facile, e mi dà l’indirizzo di un negozio in centro.
La terza visita è al negozio di abbigliamento. Stesso sguardo, stessa aria di incredulo dolore, stesse ombre colpevoli sul viso. “Sì, si era dichiarato, ma io non lo amavo, per me era un amico. Ma ci sentivamo ancora, facevamo lunghe chiacchierate al telefono, era una persona stupenda. Ci sentivamo ancora …”. Di nuovo quell’espressione. Non, non te lo posso dire che non è stata colpa tua, che non è stata colpa di Carri e della birra mancata, che non è stata colpa di sua madre. Mi dispiace. Non ho il potere di lavare le vostre coscienze.
Poi sono tornato da lui, con il portatile sotto braccio, con lo sguardo sospeso su quella che per quarantotto ore è stata la sua tomba. Un po’ ti capisco. Anche io ho passato momenti davvero brutti nella mia vita e magari sono qui ancora a fare questo lavoro di merda forse solo perché non mi sono trovato al momento giusto nel posto sbagliato. Tu sei stato sfortunato, o fortunato, mettila come vuoi. E non è colpa di nessuno, come hai giustamente scritto tu. Però le altre cose che hai vomitato in quella lettera renderebbero tre esistenze tre inutili inferni. Ascolta, questo è meglio che stia laggiù con te.
E un parallelepipedo scuro scompare roteando verso il nulla del baratro.
Che nessuno si preoccupi, eh, cose e persone realmente esistenti sono state utilizzate dall'autore per pigrizia, ché a volte inventare non serve se puoi semplicemente descrivere.
Investigando una vita
Nemmeno l’accenno di una frenata. Come se avesse puntato dritto dritto il guard rail. Divelto nemmeno fosse stato burro. Saranno ottanta metri, qui sotto. Per recuperare il corpo hanno dovuto usare un elicottero, neppure si capiva bene dove fosse finita l’auto sfracellata, tutt’uno con rocce e alberi. Lavoro di merda, il mio. Adesso tocca a me fare il giro e stendere il rapporto. Scelgono sempre me, per queste cose. Dicono che è perché ho l’aspetto da persona discreta, ma invece la verità è che per loro sono un’ottima lavata di mani, nessuno avrebbe il coraggio.
Per prima cosa sono andato a casa sua. Viveva con madre e fratello. Mi apre la signora. Avrà avuto cinquanta anni, ma in quel momento ne aveva almeno trenta di più. Come se tutta la vita del figlio le si fosse incancrenita dentro tutta in un attimo.
- Mi scusi, signora, sono della polizia, avrei qualche domanda da fare –
- Sì… certo… entri. –
Non c’era molto da chiedere. Nel breve tempo che rimaniamo nel soggiorno a parlare, quegli occhi mi dicono tutto. sono gli occhi di una madre che è sopravvissuta al proprio figlio e ha paura di non aver fatto abbastanza perché la tragedia non avvenisse. Mi dice continuamente “aveva mille interessi…” e invece vuole chiedermi rassicurazione con tutta se stessa “no, non è vero che lo ha fatto lui, vero?”.
Le chiedo di mostrarmi la camera e lasciarmi lì da solo per un po’ “sa, è la prassi, se non le dispiace”. Entrando vedo il fratello nella camera di fronte. Fissa il letto o qualcosa sulle lenzuola, in silenzio.
La cameretta è un caos organizzato. Mucchi a tema coprono il comodino, le mensole, la scrivania. Lì una grossa pila di libri, dall’altra parte aggeggi elettronici di ogni foggia, dall’altra ancora coperte di cd e dvd. Su un pannello blu foto di vacanze e di momenti felici.
Accendo il computer portatile, giro un po’ tra i documenti recenti. Poi esco da quella tana di una vita e chiedo alla signora di poter portare via il computer per esaminarlo in centrale con calma. “Certo”, mi dice come un automa.
La seconda tappa è il suo ufficio. Una piccola società, sei, sette persone in tutto. Un’aria terribile, come avessero pompato dentro i locali litri di gas malsano. Lavoro di merda. Chiedo di Carri, quello che mi hanno indicato come il suo migliore amico. “Non lo ha fatto lui, vero?”. “Non sappiamo ancora, stiamo indagando.”. “No, non può essere, lo conosco, non può essere”. E dietro quella certezza la stessa silenziosa domanda, la stessa richiesta di rassicurazione. “Lo ha visto strano, ultimamente?” “Un poco lo era. Era alle prese con una ragazza, si era sfogato con me ma nulla più. Un giorno di questi gli avevo promesso una lunga chiacchierata davanti una birra…”
Chiedo dove trovarla. Mi dice che è facile, e mi dà l’indirizzo di un negozio in centro.
La terza visita è al negozio di abbigliamento. Stesso sguardo, stessa aria di incredulo dolore, stesse ombre colpevoli sul viso. “Sì, si era dichiarato, ma io non lo amavo, per me era un amico. Ma ci sentivamo ancora, facevamo lunghe chiacchierate al telefono, era una persona stupenda. Ci sentivamo ancora …”. Di nuovo quell’espressione. Non, non te lo posso dire che non è stata colpa tua, che non è stata colpa di Carri e della birra mancata, che non è stata colpa di sua madre. Mi dispiace. Non ho il potere di lavare le vostre coscienze.
Poi sono tornato da lui, con il portatile sotto braccio, con lo sguardo sospeso su quella che per quarantotto ore è stata la sua tomba. Un po’ ti capisco. Anche io ho passato momenti davvero brutti nella mia vita e magari sono qui ancora a fare questo lavoro di merda forse solo perché non mi sono trovato al momento giusto nel posto sbagliato. Tu sei stato sfortunato, o fortunato, mettila come vuoi. E non è colpa di nessuno, come hai giustamente scritto tu. Però le altre cose che hai vomitato in quella lettera renderebbero tre esistenze tre inutili inferni. Ascolta, questo è meglio che stia laggiù con te.
E un parallelepipedo scuro scompare roteando verso il nulla del baratro.