| Entropyst ( @ 2004-06-05 12:49:00 |
[racconto] Il buio colorato (dedicated to)
Una mia amica qualche settimana fa mi raccontò di un episodio molto carino e particolare della sua infanzia. Da allora ogni tanto ho pensato a come costruirci qualcosa intorno e ieri alle cinque del mattino è nato questo raccontino.
E' un regalo per lei ma non credo le dispiacerà se lo metto anche qui, nella mia cameretta vrtuale.
Quindi:
Il buio colorato
Non so perché questa cosa mi sia tornata in mente proprio stamattina. E' curioso che il giorno dopo la mia laurea, ancora nel letto e con la mente intorpidita dallo stress degli ultimi giorni si ripresenti così vividamente un ricordo di quando era appena bambina.
Un ricordo. No, forse qualcosa di meno, o qualcosa di più. Non so, sono ancora stordita da questa cosa, devo dire.
Ricodo che in prima elementare mi distraevo molto. Non perché fossi una bambina particolarmente esuberante. E' che mia madre, maestra elementare, mi aveva già insegnato i rudimenti della scrittura. Ero così orgogliosa di riuscire a scrivere il mio nome che ci riempivo qualunque superficie mi capitasse a tiro. Così quando la maestra a scuola ci dava da fare le paginette di lettere, io finivo prima di tutti. La maestra... non ne ricordo il nome. Ricordo però che non tollerava che in classe volasse nemmeno una mosca. Cosa difficile, in un'aula di diciotto bambini di sei anni, ma lei incredibilmente riusciva nell'impresa. Bastava ci guardasse perché sentissimo un brivido di terrore dietro la schiena. Se si parlava, si parlava uno per volta, anche durante l'intervallo. Poi, dopo la mensa, ci costringeva a posare la testa sul banco e a dormire per mezz'ora e guai ad alzare la testa un secondo prima dello scadere. Ancora mi chiedo cosa facesse lei durante quella mezz'ora, ma era impensabile per noi sollevare gli occhi a guardarla. Credo che nessuno dei miei compagni si sia mai levato questa curiosità.
Anche perché per chi trasgrediva le regole c'era il "dietro la lavagna". Se ti distraevi o semplicemente facevi qualcosa che uscisse fuori dai binari dal rigido ordine imposto dall'insegnante, laconico e gelido arrivava il "dietro la lavagna".
Ho visto compagni sparire oltre quel gelido nero e singhiozzare. Dal posto ne vedevamo solo le gambe e le lacrime. Ne sentivamo i singhiozzi. Anche del più sorridente di loro, del più bullo. Dietro la lavagna chiunque si scioglieva in lacrime. Pianti trattenuti e per questo ancor più angoscianti. Io non potevo far altro che osservarli, incredula, rapita.
E un giorno toccò a me. C'era da scrivere la parola "grano", lo ricordo come se fosse stato il compito dell'esame di stato. Finii prima di tutti, come di abitudine. A casa con mia madre accanto mi ero cimentata in parole ben più lunghe. Così passai il tempo rimasto ad osservare una figura fuori dalla finestra: l'operaio del gas che copriva le tracce dei tubi del nuovo impianto di riscaldamento. Gesti metodici e costanti che io mi trovai pian piano a copiare, complice il misto di noia e interesse per qualunque cosa che solo i bimbi hanno innato. Così il quaderno divenne cazzuola e il banco contenitore del cemento.
Mentre ero oramai intenta a finire il mio lavoro virtuale mi bloccò quel sibilo: "Oriana, dietro la lavagna".
Fissai la maestra, che era immobile e inespressiva come una statua di bronzo. Uscii dal banco e mi diressi verso la lavagna. Una vecchia lavagna, quasi solamente poggiata su una cornice di legno, relegata in un angolo buio con una finta finestra a farle da buia luce. Nel percorso urtai col ginocchio il telaio di legno ma non sentii dolore: ero troppo tesa al peggio per potermi preocupare di ciò.
Quando entrai pienamente nell'universo lì dietro la prima sensazione fu totalmente aliena. Era più buio di quanto potessi immaginare: la luce che filtrava dal basso sembrava quasi essere divorata da quella enorme superficie nera. D'improvviso tutto il coraggio che mi aveva accompagnato sino lì iniziò a scivolarmi via dal corpo. Un'emorragia dalle mani, dai piedi, dalla colonna vertebrale. Una sensazione bruttissima che poche volte nella mia vita ho provato di nuovo. Stavo per piangere, come una bambina qualunque, come tutti quei miei compagni che erano stati lì prima di me. Mi mossi all’indietro nel vano tentativo di allontanarmi da quel mostro buio ma dietro di me c’era implacabile il muro. Un dolore lacinante dietro la testa mi fece riprendere, bloccando le lacrime che erano lì per lì per sgorgare. Alzai lo sguardo e vidi che avevo urtato lo spigolo della vaschetta che conteneva gessetti. Era appoggiata sul davanzale della finestra. La presi e la esaminai per quanto la permettesse la flebile luce intorno a me. Grande fu la mia sorpresa quando scoprii che dentro c’erano i gessetti colorati. La maestra non usava quasi mai i gessetti colorati. Solo in particolari occasioni, come quel giorno in cui il Direttore avrebbe fatto il giro delle classi, comparivano magicamente e lei con parsimonia e gesti lenti li usava per scrivere qualcosa di molto solenne.
La mia paura scomparve d’improvviso. Il buio non c’era quasi più, da quando avevo scoperto quel piccolo tesoro. I gessetti mi sembravano essere infiniti e di tutti i colori e le tonalità possibili. Inoltre i miei occhi si erano talmente abituati alle pesanti ombre che vedevo i colori letteralmente rifulgere di luce propria. Le lacrime mi rimasero in bilico lì, all’inizio della loro discesa, mentre io sceglievo il primo dei gessetti da usare. Presi il più luminoso, un giallo fluorescente. Ne appoggiai delicatamente la punta sulla superficie nera, avendo cura di fare meno rumore possibile. Disegnai un grosso sole, così grande e luminoso che quasi mi sembrava di vederne i riflessi sulla mia pelle. Dopodiché scelsi il verde più bello e sulla lavagna iniziarono a comparire degli alberi altissimi e solenni. Con un verde più tenue creai un bellissimo prato, e margheritine qua e là. Poi passai a disegnare i miei compagni, uno ad uno. C’era Isa, con i suoi lunghissimi capelli neri e Mario, con gli occhialoni più grandi di lui. C’erano Marzia, Flavio e Rachele. Pino, col grembiule stinto e Francesco, con l’aria da teppistello di periferia. Li disegnai tutti, uno per uno. Poi fu il turno della maestra. Ricordo che non sapevo con che colore disegnarla. Forse il più appropriato sarebbe stato proprio il nero, pensai. Forse non ho voglia di disegnarla, decisi. Così al suo posto lasciai uno grande e scuro spazio vuoto.
Alzai lo sguardo sul mio capolavoro infantile. Tutto era al proprio posto, tutto era allegro e colorato.
E d’un tratto, la luce. Sfolgorante, tanto che dovetti coprimi gli occhi con le mie piccole mani.
- Cosa fai lì dietro, bimba? –
L’omone barbuto aveva facilmente spostato con una mano la monolitica lavagna. Mi guardava con sguardo burbero, in viso una sincera espressione stupita.
- Me lo ha detto la maestra di rimanere qui – risposi.
- Quale maestra, bimba? Esci fuori di lì, lì è buio e tu non sei un topino –
Anni dopo chiesi a mia madre della maestra austera e severa. Mi disse che non avevo mai avuto una maestra, semmai un maestro. Poi mi raccontò di quanto fui felice il giorno in cui, visto che a scuola stavano riparando l’impianto di riscaldamento, facemmo lezione nel giardino vicino l’edificio, in mezzo agli alberi.
Sì, lo ricordo anche io mamma, risposi.
Una mia amica qualche settimana fa mi raccontò di un episodio molto carino e particolare della sua infanzia. Da allora ogni tanto ho pensato a come costruirci qualcosa intorno e ieri alle cinque del mattino è nato questo raccontino.
E' un regalo per lei ma non credo le dispiacerà se lo metto anche qui, nella mia cameretta vrtuale.
Quindi:
Il buio colorato
Non so perché questa cosa mi sia tornata in mente proprio stamattina. E' curioso che il giorno dopo la mia laurea, ancora nel letto e con la mente intorpidita dallo stress degli ultimi giorni si ripresenti così vividamente un ricordo di quando era appena bambina.Un ricordo. No, forse qualcosa di meno, o qualcosa di più. Non so, sono ancora stordita da questa cosa, devo dire.
Ricodo che in prima elementare mi distraevo molto. Non perché fossi una bambina particolarmente esuberante. E' che mia madre, maestra elementare, mi aveva già insegnato i rudimenti della scrittura. Ero così orgogliosa di riuscire a scrivere il mio nome che ci riempivo qualunque superficie mi capitasse a tiro. Così quando la maestra a scuola ci dava da fare le paginette di lettere, io finivo prima di tutti. La maestra... non ne ricordo il nome. Ricordo però che non tollerava che in classe volasse nemmeno una mosca. Cosa difficile, in un'aula di diciotto bambini di sei anni, ma lei incredibilmente riusciva nell'impresa. Bastava ci guardasse perché sentissimo un brivido di terrore dietro la schiena. Se si parlava, si parlava uno per volta, anche durante l'intervallo. Poi, dopo la mensa, ci costringeva a posare la testa sul banco e a dormire per mezz'ora e guai ad alzare la testa un secondo prima dello scadere. Ancora mi chiedo cosa facesse lei durante quella mezz'ora, ma era impensabile per noi sollevare gli occhi a guardarla. Credo che nessuno dei miei compagni si sia mai levato questa curiosità.
Anche perché per chi trasgrediva le regole c'era il "dietro la lavagna". Se ti distraevi o semplicemente facevi qualcosa che uscisse fuori dai binari dal rigido ordine imposto dall'insegnante, laconico e gelido arrivava il "dietro la lavagna".
Ho visto compagni sparire oltre quel gelido nero e singhiozzare. Dal posto ne vedevamo solo le gambe e le lacrime. Ne sentivamo i singhiozzi. Anche del più sorridente di loro, del più bullo. Dietro la lavagna chiunque si scioglieva in lacrime. Pianti trattenuti e per questo ancor più angoscianti. Io non potevo far altro che osservarli, incredula, rapita.
E un giorno toccò a me. C'era da scrivere la parola "grano", lo ricordo come se fosse stato il compito dell'esame di stato. Finii prima di tutti, come di abitudine. A casa con mia madre accanto mi ero cimentata in parole ben più lunghe. Così passai il tempo rimasto ad osservare una figura fuori dalla finestra: l'operaio del gas che copriva le tracce dei tubi del nuovo impianto di riscaldamento. Gesti metodici e costanti che io mi trovai pian piano a copiare, complice il misto di noia e interesse per qualunque cosa che solo i bimbi hanno innato. Così il quaderno divenne cazzuola e il banco contenitore del cemento.
Mentre ero oramai intenta a finire il mio lavoro virtuale mi bloccò quel sibilo: "Oriana, dietro la lavagna".
Fissai la maestra, che era immobile e inespressiva come una statua di bronzo. Uscii dal banco e mi diressi verso la lavagna. Una vecchia lavagna, quasi solamente poggiata su una cornice di legno, relegata in un angolo buio con una finta finestra a farle da buia luce. Nel percorso urtai col ginocchio il telaio di legno ma non sentii dolore: ero troppo tesa al peggio per potermi preocupare di ciò.
Quando entrai pienamente nell'universo lì dietro la prima sensazione fu totalmente aliena. Era più buio di quanto potessi immaginare: la luce che filtrava dal basso sembrava quasi essere divorata da quella enorme superficie nera. D'improvviso tutto il coraggio che mi aveva accompagnato sino lì iniziò a scivolarmi via dal corpo. Un'emorragia dalle mani, dai piedi, dalla colonna vertebrale. Una sensazione bruttissima che poche volte nella mia vita ho provato di nuovo. Stavo per piangere, come una bambina qualunque, come tutti quei miei compagni che erano stati lì prima di me. Mi mossi all’indietro nel vano tentativo di allontanarmi da quel mostro buio ma dietro di me c’era implacabile il muro. Un dolore lacinante dietro la testa mi fece riprendere, bloccando le lacrime che erano lì per lì per sgorgare. Alzai lo sguardo e vidi che avevo urtato lo spigolo della vaschetta che conteneva gessetti. Era appoggiata sul davanzale della finestra. La presi e la esaminai per quanto la permettesse la flebile luce intorno a me. Grande fu la mia sorpresa quando scoprii che dentro c’erano i gessetti colorati. La maestra non usava quasi mai i gessetti colorati. Solo in particolari occasioni, come quel giorno in cui il Direttore avrebbe fatto il giro delle classi, comparivano magicamente e lei con parsimonia e gesti lenti li usava per scrivere qualcosa di molto solenne.
La mia paura scomparve d’improvviso. Il buio non c’era quasi più, da quando avevo scoperto quel piccolo tesoro. I gessetti mi sembravano essere infiniti e di tutti i colori e le tonalità possibili. Inoltre i miei occhi si erano talmente abituati alle pesanti ombre che vedevo i colori letteralmente rifulgere di luce propria. Le lacrime mi rimasero in bilico lì, all’inizio della loro discesa, mentre io sceglievo il primo dei gessetti da usare. Presi il più luminoso, un giallo fluorescente. Ne appoggiai delicatamente la punta sulla superficie nera, avendo cura di fare meno rumore possibile. Disegnai un grosso sole, così grande e luminoso che quasi mi sembrava di vederne i riflessi sulla mia pelle. Dopodiché scelsi il verde più bello e sulla lavagna iniziarono a comparire degli alberi altissimi e solenni. Con un verde più tenue creai un bellissimo prato, e margheritine qua e là. Poi passai a disegnare i miei compagni, uno ad uno. C’era Isa, con i suoi lunghissimi capelli neri e Mario, con gli occhialoni più grandi di lui. C’erano Marzia, Flavio e Rachele. Pino, col grembiule stinto e Francesco, con l’aria da teppistello di periferia. Li disegnai tutti, uno per uno. Poi fu il turno della maestra. Ricordo che non sapevo con che colore disegnarla. Forse il più appropriato sarebbe stato proprio il nero, pensai. Forse non ho voglia di disegnarla, decisi. Così al suo posto lasciai uno grande e scuro spazio vuoto.
Alzai lo sguardo sul mio capolavoro infantile. Tutto era al proprio posto, tutto era allegro e colorato.
E d’un tratto, la luce. Sfolgorante, tanto che dovetti coprimi gli occhi con le mie piccole mani.
- Cosa fai lì dietro, bimba? –
L’omone barbuto aveva facilmente spostato con una mano la monolitica lavagna. Mi guardava con sguardo burbero, in viso una sincera espressione stupita.
- Me lo ha detto la maestra di rimanere qui – risposi.
- Quale maestra, bimba? Esci fuori di lì, lì è buio e tu non sei un topino –
Anni dopo chiesi a mia madre della maestra austera e severa. Mi disse che non avevo mai avuto una maestra, semmai un maestro. Poi mi raccontò di quanto fui felice il giorno in cui, visto che a scuola stavano riparando l’impianto di riscaldamento, facemmo lezione nel giardino vicino l’edificio, in mezzo agli alberi.
Sì, lo ricordo anche io mamma, risposi.