Entropyst ([info]entropyst) wrote,
@ 2004-04-09 02:35:00
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[racconto] La partita
Sempre nel mio esilio sine adsl (update: i telecomici prima hanno scoperto qual era il guasto, dopodiché hanno scoperto che la linea era stata disdetta...) ho bisogno ogni tanto di evadere.

Vi ho mai detto che i miei racconti sono per me dei puntelli che ogni tanto devo mettere per ricordare che, sì, ci sono ancora e riesco ancora a fare un salto nel mondo della idee nonostante la zavorra che cresce e cresce?
Be', ve l'ho detto ora.
Ah, certo, il racconto. Eccolo:


La partita

L’andata era stata una vera battaglia. Un’orgia di sudore e fango come solo le sfide nei campi di periferia sanno essere. In più quella era una Finale. Una di due, l’andata, ma comunque una Partita con la p maiuscola. Il totonero aveva ritirato le scommesse sul Real Figalli: troppo forte, troppo ricco per la matricola Rotondo United. I rossoblu avrebbero fatto un sol boccone dei gialloneri e il ritorno sarebbe stato una formalità: questo lo pensavano tutti e tutti ne erano sicuri. O quasi tutti, a guardare con che faccia era sceso in campo il Gheroni. Il Gheroni era per tutti il Capitano, fuori e dentro il campo e per le strade di Punta Rotondo. Il centromediano metodista, quello nel cuore del gico che le dà al giocatore dai piedi buoni della squadra avversaria e poi rilancia l’azione portandosi sulle spalle i compagni. Uno che quando parlava nello spogliatoio trasformava i gatti in tigri e passeri in aquile. Quel giorno prima di entrare in campo li aveva caricati uno a uno urlandogli in faccia massicce dosi di coraggio e a Sperotti che si era distratto a legarsi la scarpa lo aveva preso e appeso al muro finchè fu sicuro che la razione extra di urlacci lo avesse caricato a dovere. Il Rotondo United fece un partitone. Resistette un tempo, poi addittura passò in vantaggio su lancio di quell’iradiddio di Capitan Gheroni. Le facce dei giocatori del Real Figalli erano incredule, ma lo divennero ancor più quelle dei rotondesi quando si resero conto che sì, stavano davvero vincendo la finale di andata, fuori casa. Questa verità inequivocabile sembrò colpirli in pieno tutti insieme quando a quindici minuti dalla fine Gheroni intervenne sulla mezzapunta avversaria arando il campo coi sui tacchetti. Di solito dei due a terra era il primo ad alzarsi, e con la palla al piede. Quella volta invece rimase a terra e tutti capirono che qualcosa di impossibile era accaduto. Lo portarono a braccia fuori dal campo con compagni e avversari che distoglievano lo sguardo da quell’angolo anch’esso impossibile tra tibia, perone e resto della gamba. Con il Capitano uscì dal campo anche il fuorore dei rotondesi. Il Real riuscì a colpire due volte prima che la partita finisse ed evitasse il tracollo degli ospiti. Due a uno. Che se non fosse stato per Gheroni in ospedale si sarebbe potuta definire quasi una vittoria, per il Rotondo United.

Queste erano le vivide immagini che passavano nella mente del Filotti mentre percorreva il sottopassaggio. Avanzava ciondolando alla cantilena dei tacchetti che picchiavano il cemento e intanto ripensava a quella partita. L’aveva vissuta per settantacinque minuti in panchina e poi gli ultimi quindici repentinamente in campo, al posto del Capitano. Quei quindici minuti in cui gli avversari gli passavano letteralmente da tutte le parti e in cui il compagno pù reattivo fu la traversa, che per ben tre volte negò il gol al Real in quel finale da incubo.
Adesso però c’era il Ritorno. Due a uno fuori casa vuol dire che basta l’uno a zero. L’aveva urlato a tutti negli spogliatoi, da bravo vice Gheroni quale doveva essere. “Uno a zero, basta segnare un – solo – gol. Ragazzi! UN – SOLO – GOL!”.
“Filo, grazie al cazzo! E se ne segnano uno loro? Il nostro golletto ce lo mettiamo in saccoccia e torniamo a casa, TRE ne dovremmo segnare! E vuoi che non ce ne segnano uno che manco battiamo il calcio d’inizio? Ci fanno neri, senza il Ghero. Ci mandano tutti all’ospedale insieme a lui, cazzo!”. L’espressione funerea degli altri comunicava un muto assenso.
Nel sottopassaggio le facce erano pallide. Come quelle di chi ha paura, penso Filotti, come quelle di chi se subisce un gol è morto e invece dovrebbe pensare a segnarne. Se ci fosse stato il Gheroni, li avrebbe appesi al muro uno per uno, avrebbe strappato loro via dal corpo quella stupida paura che gli tagliava le gambe. Ma lui non era il Gheroni. Non ne aveva il carisma, non ne aveva la forza, non ne aveva lo spirito. D’altronde chi è che ne aveva, quanto il Capitano?
Però qualcosa doveva fare. La Finale. Non la giocherò mai più una Finale, non avverrà più questa incredibile catena di eventi che mi ha portato oggi qui con undici avversari davanti e dieci pallidi compagni attorno e tutto Punta Rotondo a guardarci combattere. Devo fare qualcosa, pensò Filo, devo essere Gheroni. Devo sbriciolare questa loro paura e farli combattere da uomini. Devo pensare come Gheroni.
Quando l’arbitro fischiò il calcio di inizio e la punta gli passò la palla lui era dove doveva essere, cioè con i piedi ben piantati sulla propria tre quarti, nella posizione del mediano. Quando la palla gli finì tra i piedi e lui iniziò ad indietreggiare cercando il compagno a cui passare la sfera ancora non gli era chiaro come dovesse comportarsi. Continuò ad indietreggiare spalle alla porta e a pensare. A pensare come fare, a pensare come il Capitano. E quando gli avversari gli erano oramai quasi addosso ed era il momento di lanciare la palla lontano, magari sull’ala che scattava rapida sulla fascia, Filo si girò di scatto e capì. Guardò negli occhi Salli, il portiere, che aveva sul volto un’espressione indicibile. Il guardiano dei pali da lì aveva in effetti una visione terrificante: il compagno inseguito da almeno cinque avversari e nessuno libero a cui passare. D’istinto si catapultò verso di lui per spazzare la palla, relizzando che il Filo avrebbe perso da un istante all’altro quel pallone infuocato. Ma il Filo, invece di appoggiargli la sfera, tirò una tremenda fucilata verso di lui. Salli non fece neppure il gesto di buttarsi; semplicemente seguì con lo sguardo la palla gonfiare beffarda la rete.
Avversari e compagni si fermarono, lo stadio ammutolì. Solo Filotti in quel surreale teatro delle cere si mosse; si girò e cercò lo sguardo dei compagni ad uno ad uno urlando con tutta la voce che aveva in corpo: “Quel cazzo di gol l’abbiamo beccato: adesso andiamo a massacrarli!”

Ciò che avvenne dopo fece impallidire il ricordo della battaglia che fu l’andata. Con l'autogol Filotti segnò l’ultima volta che in quella partita il portiere del Rotondo United ricevette l’affronto di dover raccogliere una pallone nella rete. Anzi quello di Filotti fu in assoluto l’unico tiro verso lo specchio della propria porta. A dirla tutta nessun avversario in quella partita nemmeno entrò mai nell’area del Rotondo United.
In compenso ci furono ben dieci espulsioni. Perché a norma di regolamento anche picchiare un proprio compagno di squadra è considerato un fallo da cartellino rosso.


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[info]lordh
2004-04-09 12:17 am UTC (link)
grande entro, non sfigurerebbe in "bar sport" secondo me.

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[info]entropyst
2004-04-09 03:33 am UTC (link)
mammamia che complimentone, da adoratore di benni vado in brodo di giuggiole.

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[info]lupigi
2004-04-09 12:57 am UTC (link)
Bellissimo! :-)

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[info]entropyst
2004-04-09 12:02 pm UTC (link)
fappiacere piaciuto :)

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[info]miic
2004-04-09 03:55 am UTC (link)
padre, mi perdoni perché ho peccato: ho temuto un finale buonista, alla gianni minà diciamo.

invece sei un grande!

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[info]entropyst
2004-04-09 04:32 am UTC (link)
ahah, 'n sia mai faccia finire una mia storia bene. Stai tranquillo ;)

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[info]lucifero
2004-04-09 05:49 am UTC (link)
Grandeeeeeeeeeee :)
Ineccepibile davvero.

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[info]entropyst
2004-04-09 12:02 pm UTC (link)
Ma lunedì i risultati di codella cosa lì, vero?

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[info]corinzio
2004-04-09 06:12 am UTC (link)
mito!

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[info]entropyst
2004-04-09 12:03 pm UTC (link)
Grazie :9
Ho letto solo ora degli avvenimenti a lieto fine. Un abbraccione, sperando di bissarlo presto dal vivo, boss.

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