| Entropyst ( @ 2003-06-10 00:27:00 |
Il ballo dell'umanità -OUVERTURE-
L'idea la avevo da un po', il tempo no. Solo che a forza di pensarci, la storia si è complicata. E quindi l'ho spezzettata in tre parti. In realtà questa prima parte era nata come racconto, quindi se avrete la bontà di leggerlo non vi lascerà col finale in sospeso come va di moda ultimamante al cinema. Ok, via alla prima parte:
Il ballo dell'umanita -OUVERTURE-
La voce al telefono era eccitatissima. A tratti emergeva il balbettio tipico di quando Flanelli entrava in modalità esaltazione autoalimentata.
-Robe’, devi venire s-subito qui. Ho fatto una cosa fantastica, e devi essere il primo a vederla!-
Che gli si rivolgesse così era normale, visto che Roberto era il più caro amico di Fausto Flanelli. Meno normale era che fosse anche l’unico, di amico. E che l’ultima volta si fossero sentiti ben sei mesi prima. Ma Flanelli era un tipo che dava nuovi significati alla parola eccentricità. Se lo poteva permettere, visto che non doveva fare granché per campare. Anzi, proprio nulla, data la rendita di cui disponeva. Quando erano morti i genitori, all’indomani dei sui diciotto anni, lui aveva venduto immediatamente tutte le aziende di famiglia. Si era trasferito in campagna dalla nonna e lì viveva degli interessi del gruzzolo familiare.
-Fla’, sto luridissimo, appena tornato da un giro in bici. Dammi il tempo di decontaminarmi e sono da te-
L’altra particolarità di Fausto era quella di sparire dalla società per mesi interi. Di punto in bianco non si faceva sentire più da chicchessia. La prima volta che scomparve fu giusto dopo la morte dei suoi. Per mesi non si fece più vedere a scuola, e se la cosa all’inizio sembrò normale, dopo un po’ finì col preoccupare qualcuno, Roberto in primis. Ma esattamente cinque mesi dopo la voce balbettante di Flanelli lo chiamò al telefono. -Robe’, devi venire s-subito qui. Ho fatto una cosa fantastica, e devi essere il primo a vederla!-
Roberto prese la bici e fece i quattro chilometri che lo dividevano dalla casa della nonna di Fausto. Arrivato lì vide che il giardino era stato trasformato in una specie di mostra d’arte moderna. Sembrava che qualunque oggetto della casa fosse stato aerografato in modo superbo. La carrozzeria della Uno blu era un gigantesco acquario ove pesci multicolori sguazzavano felici. Piatti e stoviglie raccontavano di battaglie epiche combattute in regni fantastici. Il grosso stereo che spesso Fausto portava in gita era coperto di fiamme blu e viola.
- Cazzo, Fausto, hai fatto tutto tu? –
- S-sì. Ti piace? –
Sembrava prorio che in quei cinque mesi il dolore di Fausto si fosse trasformato in arte. L’amico aveva la capacità di canalizzare le brutture della vita in sforzi creativi. E la cosa si ripetè molto spesso, durante gli anni di università. Mentre Roberto cercava di conciliare vita sociale e studi di economia e commercio, Fausto veniva avvistato nelle aule delle facoltà più improbabili. Da astronomia a scienze antropologiche le passò tutte, tanto poteva permetterselo, pensava Roberto. Sono io che mi devo fare un culo così per quel maledetto pezzo di carta.
E ogni tanto Fausto spariva, per poi ricomparire con nuove capacità che stupivano Roberto. Come sarà anche questa volta, pensò.
C’era ancora il sole quando si presentò a casa di Flanelli. La villa era uno dei quei casermoni di campagna con porticati e scale. Di fianco, l’unico accenno di modernità: la bassa costruzione rettangolare dove Fausto si rintanava a inseguire quasi ferocemente i suoi interessi. Dall’ultima volta che Roberto era stato lì sembrava nulla fosse cambiato. Forse il capannone stesso, coperto da una serie di piante rampicanti che ricordava molto più rade. Il tempo passa anche qui allora, annotò mentalmente.
Andò lì a colpo sicuro e trovò l’interno sorprendente. Le pareti, soprattutto: erano tutte ricoperte da quelli che avevano l’aria di essere pannelli fonoassorbenti. E casse acustiche un po’ dovunque. Il vecchio disordine da garage di campagna era quasi sparito, per dare spazio a un’entropia più tecnologica.
- Ehi Flanelli, vuoi mettere su una boy band? -.
Fausto girò gli occhi dallo schermo. – Roberto! Ma che boy band: di più, molto di più! –
L’amico era chino sul computer, con due cuffioni alle orecchie che lo facevano sembrare l’improbabile alieno di un film di Ed Wood.
- V-vieni Robi. Metti le cuffie, che devi sentire una cosa. E siediti qui- , disse indicando una vecchia poltrona da cui uscivano una decina di cavi.
- Sono ancora troppo giovane per la sedia elettrica! Lissopra magari morirei pure comodo, però preferirei evitare… -
-Eheh, siediti, è tutta roba a cinque volt. Ok, stendi le braccia e rilassati, e non fare quella faccia! –
- Oh, io mica sto tranquillo… che sono tutti questi cavi? -
- Ho fatto qualche modifica al divano… ci sono un po’ di casse particolari dietro la tua schiena e sotto il tuo culo… ma rilassati, che poi devi raccontarmi. – disse Flanelli voltando la sedia girevole verso il computer.
- Cosa devo raccontarti? – chiese Roberto sempre meno convinto, guardando l’amico che girava lentamente il potenziometro dell’amplificatore –
- Mi devi dire cosa avrai sentito. Non solo quello che avrai sentito con le orecchie, eh. Sai, - mentre Roberto iniziava ad avvertire uno strano formicolìo alla schiena, - in questi ultimi mesi ho studiato molto la musica. L’ho studiata dal punto di vista matematico, per capire perché ha su di noi gli effetti che ha.-
Intanto, una melodia apparentemente cacofonica, ma dolce, iniziava a riempire le orecchie del ragazzo seduto in poltrona.
- Ho iniziato facendo un’analisi statistica sugli spartiti delle composizioni musicali, da Bach agli U2. Li ho presi, spezzettati, catalogati, confrontati. Lo sai, quando mi ci metto…-
I muscoli della schiena di Roberto si lasciarono andare a strane e brevi contrazioni. Intanto la voce dell’amico continuava a spiegare.
- Volevo provare a creare musica in modo automatico. Nei miei tentativi mi sono imbattuto negli algoritmi genetici, e lì è stata la prima svolta. Ho imparato a generare musica dalla musica, mischiando note e spartiti dei migliori campioni della musicologia. Mi restava il problema di decidere quali dei risultati fossero rumore e quali altra musica. Poi ho superato anche questo problema, in un modo che preferirei non spiegarti.-
A Roberto le spiegazioni di Flanelli non avevano mai interessato più di tanto. Erano il payback per il proprio stupore di fronte alle sue creazioni, di solito le ascoltava distrattamente giusto per far piacere all’amico. Ma questa volta non riusciva nemmeno a fingere. Era troppo concentrato a seguire i brividi che lentamente gli salivano ai lati della nuca.
- E i miei algoritmi hanno finalmente iniziato a funzionare. All’inizio ho trovato delle melodie molto orecchiabili, forse eccessivamente pop, ma erano mu-si-ca! Man mano che aggiustavo i parametri e che la base dati cresceva, uscivano fuori cose sempre più complesse. Allora ho provato a intorpidire le soluzioni con della pseudocasualità frattale, e un giorno è venuta fuori la prima di queste che stai ascoltando tu adesso.-
Ma Roberto oramai non ascoltava più. La musica, o quello che era, aveva completamente permeato il suo essere. I brividi si erano riuniti al centro della sua nuca, come il tocco freddo della mano di una bella ragazza. Di lì presero a scendere in una folle corsa lungo la colonna vertebrale del ragazzo, facendogli sbarrare gli occhi per il piacere. E in quel momento sembrò che tutti i sensi volessero partecipare a quell’orgasmo di sensazioni. Roberto iniziò pian piano ad ansimare, e a ridere, e a piangere, e a ridere di nuovo, tra le lacrime calde che gli solcavano il viso. E in quel momento Flanelli riportò il potenziometro a zero.
- L’ho chiamata Fractemotion. Cosa ne pensi? -
Roberto alzò a stento gli occhi lucidi sul viso dell’amico e ancora col cuore in gola gli rispose: - Cazzo. Penso che sei Dio -
L'idea la avevo da un po', il tempo no. Solo che a forza di pensarci, la storia si è complicata. E quindi l'ho spezzettata in tre parti. In realtà questa prima parte era nata come racconto, quindi se avrete la bontà di leggerlo non vi lascerà col finale in sospeso come va di moda ultimamante al cinema. Ok, via alla prima parte:
Il ballo dell'umanita -OUVERTURE-
La voce al telefono era eccitatissima. A tratti emergeva il balbettio tipico di quando Flanelli entrava in modalità esaltazione autoalimentata.-Robe’, devi venire s-subito qui. Ho fatto una cosa fantastica, e devi essere il primo a vederla!-
Che gli si rivolgesse così era normale, visto che Roberto era il più caro amico di Fausto Flanelli. Meno normale era che fosse anche l’unico, di amico. E che l’ultima volta si fossero sentiti ben sei mesi prima. Ma Flanelli era un tipo che dava nuovi significati alla parola eccentricità. Se lo poteva permettere, visto che non doveva fare granché per campare. Anzi, proprio nulla, data la rendita di cui disponeva. Quando erano morti i genitori, all’indomani dei sui diciotto anni, lui aveva venduto immediatamente tutte le aziende di famiglia. Si era trasferito in campagna dalla nonna e lì viveva degli interessi del gruzzolo familiare.
-Fla’, sto luridissimo, appena tornato da un giro in bici. Dammi il tempo di decontaminarmi e sono da te-
L’altra particolarità di Fausto era quella di sparire dalla società per mesi interi. Di punto in bianco non si faceva sentire più da chicchessia. La prima volta che scomparve fu giusto dopo la morte dei suoi. Per mesi non si fece più vedere a scuola, e se la cosa all’inizio sembrò normale, dopo un po’ finì col preoccupare qualcuno, Roberto in primis. Ma esattamente cinque mesi dopo la voce balbettante di Flanelli lo chiamò al telefono. -Robe’, devi venire s-subito qui. Ho fatto una cosa fantastica, e devi essere il primo a vederla!-
Roberto prese la bici e fece i quattro chilometri che lo dividevano dalla casa della nonna di Fausto. Arrivato lì vide che il giardino era stato trasformato in una specie di mostra d’arte moderna. Sembrava che qualunque oggetto della casa fosse stato aerografato in modo superbo. La carrozzeria della Uno blu era un gigantesco acquario ove pesci multicolori sguazzavano felici. Piatti e stoviglie raccontavano di battaglie epiche combattute in regni fantastici. Il grosso stereo che spesso Fausto portava in gita era coperto di fiamme blu e viola.
- Cazzo, Fausto, hai fatto tutto tu? –
- S-sì. Ti piace? –
Sembrava prorio che in quei cinque mesi il dolore di Fausto si fosse trasformato in arte. L’amico aveva la capacità di canalizzare le brutture della vita in sforzi creativi. E la cosa si ripetè molto spesso, durante gli anni di università. Mentre Roberto cercava di conciliare vita sociale e studi di economia e commercio, Fausto veniva avvistato nelle aule delle facoltà più improbabili. Da astronomia a scienze antropologiche le passò tutte, tanto poteva permetterselo, pensava Roberto. Sono io che mi devo fare un culo così per quel maledetto pezzo di carta.
E ogni tanto Fausto spariva, per poi ricomparire con nuove capacità che stupivano Roberto. Come sarà anche questa volta, pensò.
C’era ancora il sole quando si presentò a casa di Flanelli. La villa era uno dei quei casermoni di campagna con porticati e scale. Di fianco, l’unico accenno di modernità: la bassa costruzione rettangolare dove Fausto si rintanava a inseguire quasi ferocemente i suoi interessi. Dall’ultima volta che Roberto era stato lì sembrava nulla fosse cambiato. Forse il capannone stesso, coperto da una serie di piante rampicanti che ricordava molto più rade. Il tempo passa anche qui allora, annotò mentalmente.
Andò lì a colpo sicuro e trovò l’interno sorprendente. Le pareti, soprattutto: erano tutte ricoperte da quelli che avevano l’aria di essere pannelli fonoassorbenti. E casse acustiche un po’ dovunque. Il vecchio disordine da garage di campagna era quasi sparito, per dare spazio a un’entropia più tecnologica.
- Ehi Flanelli, vuoi mettere su una boy band? -.
Fausto girò gli occhi dallo schermo. – Roberto! Ma che boy band: di più, molto di più! –
L’amico era chino sul computer, con due cuffioni alle orecchie che lo facevano sembrare l’improbabile alieno di un film di Ed Wood.
- V-vieni Robi. Metti le cuffie, che devi sentire una cosa. E siediti qui- , disse indicando una vecchia poltrona da cui uscivano una decina di cavi.
- Sono ancora troppo giovane per la sedia elettrica! Lissopra magari morirei pure comodo, però preferirei evitare… -
-Eheh, siediti, è tutta roba a cinque volt. Ok, stendi le braccia e rilassati, e non fare quella faccia! –
- Oh, io mica sto tranquillo… che sono tutti questi cavi? -
- Ho fatto qualche modifica al divano… ci sono un po’ di casse particolari dietro la tua schiena e sotto il tuo culo… ma rilassati, che poi devi raccontarmi. – disse Flanelli voltando la sedia girevole verso il computer.
- Cosa devo raccontarti? – chiese Roberto sempre meno convinto, guardando l’amico che girava lentamente il potenziometro dell’amplificatore –
- Mi devi dire cosa avrai sentito. Non solo quello che avrai sentito con le orecchie, eh. Sai, - mentre Roberto iniziava ad avvertire uno strano formicolìo alla schiena, - in questi ultimi mesi ho studiato molto la musica. L’ho studiata dal punto di vista matematico, per capire perché ha su di noi gli effetti che ha.-
Intanto, una melodia apparentemente cacofonica, ma dolce, iniziava a riempire le orecchie del ragazzo seduto in poltrona.
- Ho iniziato facendo un’analisi statistica sugli spartiti delle composizioni musicali, da Bach agli U2. Li ho presi, spezzettati, catalogati, confrontati. Lo sai, quando mi ci metto…-
I muscoli della schiena di Roberto si lasciarono andare a strane e brevi contrazioni. Intanto la voce dell’amico continuava a spiegare.
- Volevo provare a creare musica in modo automatico. Nei miei tentativi mi sono imbattuto negli algoritmi genetici, e lì è stata la prima svolta. Ho imparato a generare musica dalla musica, mischiando note e spartiti dei migliori campioni della musicologia. Mi restava il problema di decidere quali dei risultati fossero rumore e quali altra musica. Poi ho superato anche questo problema, in un modo che preferirei non spiegarti.-
A Roberto le spiegazioni di Flanelli non avevano mai interessato più di tanto. Erano il payback per il proprio stupore di fronte alle sue creazioni, di solito le ascoltava distrattamente giusto per far piacere all’amico. Ma questa volta non riusciva nemmeno a fingere. Era troppo concentrato a seguire i brividi che lentamente gli salivano ai lati della nuca.
- E i miei algoritmi hanno finalmente iniziato a funzionare. All’inizio ho trovato delle melodie molto orecchiabili, forse eccessivamente pop, ma erano mu-si-ca! Man mano che aggiustavo i parametri e che la base dati cresceva, uscivano fuori cose sempre più complesse. Allora ho provato a intorpidire le soluzioni con della pseudocasualità frattale, e un giorno è venuta fuori la prima di queste che stai ascoltando tu adesso.-
Ma Roberto oramai non ascoltava più. La musica, o quello che era, aveva completamente permeato il suo essere. I brividi si erano riuniti al centro della sua nuca, come il tocco freddo della mano di una bella ragazza. Di lì presero a scendere in una folle corsa lungo la colonna vertebrale del ragazzo, facendogli sbarrare gli occhi per il piacere. E in quel momento sembrò che tutti i sensi volessero partecipare a quell’orgasmo di sensazioni. Roberto iniziò pian piano ad ansimare, e a ridere, e a piangere, e a ridere di nuovo, tra le lacrime calde che gli solcavano il viso. E in quel momento Flanelli riportò il potenziometro a zero.
- L’ho chiamata Fractemotion. Cosa ne pensi? -
Roberto alzò a stento gli occhi lucidi sul viso dell’amico e ancora col cuore in gola gli rispose: - Cazzo. Penso che sei Dio -