| Entropyst ( @ 2003-03-04 00:59:00 |
[racconto] Dietro la serratura, in fondo al cassetto.
Buh, che nessuno pensi ci sia qualcosa di autobiografico in questo racconto, eh!
Sicuramente con questo ho un po' forzato la mano ai miei argomenti classici e a dire il vero ancora non ho capito cosa ne è venuto fuori. Giudicate voi.
Dietro la serratura, in fondo al cassetto.
"Non sono malato, nonsonomalato!". Aggrappato alla cartella quasi più grande di lui, copriva in solitudine il chilometro che lo separava da casa. Nella sua mente la cantilena seguiva il ritmo sincopato dei suoi passi da bambino. Serviva a scacciare il ricordo delle risa dei suoi compagni. "Tu sei malato, tu sei proprio malato!", gli ripetevano all'infinito.
Succedeva da quando il più grande di loro dall'alto dei suoi undici anni aveva iniziato a parlare di quelle cose. Raccontava di un ripostiglio, in campagna, dove suo padre teneva delle riviste. L'ultima volta che era stato lì in vacanza le aveva trovate per sbaglio, mentre cercava lì i suoi vecchi Topolino. Raccontava di immagini di donne nude e di uomini che le toccavano. E di come aveva iniziato a strofinarsi forte i pantaloni tra le gambe, guardando quelle cose. "Cercate a casa vostra, magari trovate qualcosa anche voi", li aveva incitati.
Andrea quel giorno mentre tornava a casa aveva già idea di dove cercare. Un cassetto nello studio del padre lo aveva sempre incuriosito. Era l'unico della casa chiuso a chiave.
Nottetempo frugò nella giacca appesa nel disimpegno e si diresse nella stanza del genitore. Del mazzo, provò la più piccola delle chiavi, che al primo colpo aprì il cassetto. Ma la delusione lo colse quando vide che era pieno zeppo di vecchi giornali. Tirò fuori il cassetto fino in fondo e sollevò il blocco di fogli di carta, con l'attenzione che gli dava il sacro timore di essere scoperto. E alla fine trovò quello che cercava.
Il giorno dopo raccontò agli amici della sua fruttuosa ricerca. Raccontò loro del cassetto e del suo contenuto. Ma, disse, per quanto si fosse sforzato, non era successo nulla. Aveva guardato quelle foto più e più volte, aveva atteso, ma niente. Solo un leggero senso di vuoto allo stomaco, ma nulla di ciò che gli avevano raccontato era avvenuto. Fu l'inizio dell'inferno. I compagni iniziarono a deriderlo, a chiamarlo femminuccia, a dirgli che era malato. "Tu sei malato!".
Da quel giorno non aveva provato più ad avvicinarsi a quel cassetto. Ma adesso, dopo mesi, doveva dimostrare agli altri e a se stesso di essere normale. Così attese che i genitori andassero a dormire e sgattoiolò di nuovo nello studio. Girò la chiave nalla serratura, sollevò i giornali a uno a uno, riponendoli ordinatamente in pila sulla scrivania, e si inginocchiò davanti alle foto. Le sfogliò con attenzione. Ma nulla. Di nuovo ripetè l'operazione indugiando ancor di più su ogni immagine. Niente. E all'improvviso si ritrovò a singhiozzare, e le lacrime scendevano copiose mentre la mano destra furiosamente iniziava a sfregare il suo basso ventre. Forse sono davvero malato, pensò tra le lacrime. Devo esserlo, se queste foto solo a me non fanno succedere niente. Ma questa volta non lo racconterò ai miei amici. Non racconterò del fatto che a vedere queste foto mi è venuto dolore allo stomaco. E neppure che a me quei visi non sembravano in estasi.
Andrea non racconterà mai di ciò che non gli successe quella notte, e tantomeno che in una di quelle foto gli era sembrato di riconoscere Isa, la sua compagna di banco dalle lunghe trecce bionde. D'altronde in quei grovigli di corpi e con quelle espressioni sul volto, e senza vestiti addosso, le bambine nelle foto sarebbero potute assomigliare a chiunque.
Buh, che nessuno pensi ci sia qualcosa di autobiografico in questo racconto, eh!
Sicuramente con questo ho un po' forzato la mano ai miei argomenti classici e a dire il vero ancora non ho capito cosa ne è venuto fuori. Giudicate voi.
Dietro la serratura, in fondo al cassetto.
"Non sono malato, nonsonomalato!". Aggrappato alla cartella quasi più grande di lui, copriva in solitudine il chilometro che lo separava da casa. Nella sua mente la cantilena seguiva il ritmo sincopato dei suoi passi da bambino. Serviva a scacciare il ricordo delle risa dei suoi compagni. "Tu sei malato, tu sei proprio malato!", gli ripetevano all'infinito.
Succedeva da quando il più grande di loro dall'alto dei suoi undici anni aveva iniziato a parlare di quelle cose. Raccontava di un ripostiglio, in campagna, dove suo padre teneva delle riviste. L'ultima volta che era stato lì in vacanza le aveva trovate per sbaglio, mentre cercava lì i suoi vecchi Topolino. Raccontava di immagini di donne nude e di uomini che le toccavano. E di come aveva iniziato a strofinarsi forte i pantaloni tra le gambe, guardando quelle cose. "Cercate a casa vostra, magari trovate qualcosa anche voi", li aveva incitati.
Andrea quel giorno mentre tornava a casa aveva già idea di dove cercare. Un cassetto nello studio del padre lo aveva sempre incuriosito. Era l'unico della casa chiuso a chiave.
Nottetempo frugò nella giacca appesa nel disimpegno e si diresse nella stanza del genitore. Del mazzo, provò la più piccola delle chiavi, che al primo colpo aprì il cassetto. Ma la delusione lo colse quando vide che era pieno zeppo di vecchi giornali. Tirò fuori il cassetto fino in fondo e sollevò il blocco di fogli di carta, con l'attenzione che gli dava il sacro timore di essere scoperto. E alla fine trovò quello che cercava.
Il giorno dopo raccontò agli amici della sua fruttuosa ricerca. Raccontò loro del cassetto e del suo contenuto. Ma, disse, per quanto si fosse sforzato, non era successo nulla. Aveva guardato quelle foto più e più volte, aveva atteso, ma niente. Solo un leggero senso di vuoto allo stomaco, ma nulla di ciò che gli avevano raccontato era avvenuto. Fu l'inizio dell'inferno. I compagni iniziarono a deriderlo, a chiamarlo femminuccia, a dirgli che era malato. "Tu sei malato!".
Da quel giorno non aveva provato più ad avvicinarsi a quel cassetto. Ma adesso, dopo mesi, doveva dimostrare agli altri e a se stesso di essere normale. Così attese che i genitori andassero a dormire e sgattoiolò di nuovo nello studio. Girò la chiave nalla serratura, sollevò i giornali a uno a uno, riponendoli ordinatamente in pila sulla scrivania, e si inginocchiò davanti alle foto. Le sfogliò con attenzione. Ma nulla. Di nuovo ripetè l'operazione indugiando ancor di più su ogni immagine. Niente. E all'improvviso si ritrovò a singhiozzare, e le lacrime scendevano copiose mentre la mano destra furiosamente iniziava a sfregare il suo basso ventre. Forse sono davvero malato, pensò tra le lacrime. Devo esserlo, se queste foto solo a me non fanno succedere niente. Ma questa volta non lo racconterò ai miei amici. Non racconterò del fatto che a vedere queste foto mi è venuto dolore allo stomaco. E neppure che a me quei visi non sembravano in estasi.
Andrea non racconterà mai di ciò che non gli successe quella notte, e tantomeno che in una di quelle foto gli era sembrato di riconoscere Isa, la sua compagna di banco dalle lunghe trecce bionde. D'altronde in quei grovigli di corpi e con quelle espressioni sul volto, e senza vestiti addosso, le bambine nelle foto sarebbero potute assomigliare a chiunque.