| Guida per riconoscere i tuoi santi in paradiso - puntata #1 |
[Jun. 23rd, 2007|08:38 pm] |
Ho visto un signore con la barba, in bicicletta, con un cartello davanti che diceva "MIND CONTROL = FASCIST NEUROLOGY", e un cartello dietro che dava in cifre la portata del problema. Fin da quando ero piccolo (quando riflettevo terrorizzato su quanto fosse complicata la vita dei grandi) mi porto dietro il terrore latente di non riuscire a superare i requirement minimi per l'inserimento nella societa'. Non che ci pensi continuamente, ma mi torna sempre in mente con un brivido quando incrocio un barbone, o un picchiatello come il signore di cui sopra. Mi sembra sempre che quella via sia per me particolarmente dietro l'angolo (e per questo sto sempre bene attento a mettere da parte il piu' possibile di cio' che guadagno, per avere qualche anno di margine quando eventualmente arrivera' il fallimento). E con la serie di post inaugurata la settimana scorsa vi spiego alcune cose che aiutano ad alimentare la mia paura latente.

Mio fratello fa ricerca: ogni sei mesi va in cerca di un assegno dal CNRS. Simone Weil, citata da André Weil (il fratello di cui sopra) in Anni di apprendistato (citato da restodelmondo)
La via dell'emigrazione
In realta' avevo originariamente pianificato di parlare, in questa puntata, di cosa succede nei concorsi in Italia, ma visti i commenti al post precedente cambio l'ordine tra questa e la prossima puntata, per descrivere prima le differenze tra l'Italia e i principali paesi stranieri.
Il sistema della ricerca e' giocoforza estremamente internazionale, per cui negli anni si e' arrivati a una grandissima convergenza nei modi di assunzione in gran parte dei paesi attivi scientificamente, con le notabili eccezioni di Italia e Francia (di quest'ultima parlero' brevemente dopo) che hanno sistemi fondati su principi radicalmente diversi, probabilmente di origine napoleonica. Del sistema tedesco non so nulla, e se qualche commentatore (ne ho gia' in mente un paio) forniranno qualche dritta, linkero' il commento volentieri. [Update: Detto fatto.] Queste modalita' sono pero' uniformi all'interno dello stesso campo, e possono essere estremamente diverse da un campo all'altro (ad esempio, per i fisici teorici e' prassi consolidata che le domande di lavoro si mandino verso la fine dell'anno solare, e che si prenda servizio circa un anno dopo; nel mio campo gli openings, cioe' le offerte di lavoro, possono uscire in qualunque momento, per prendere servizio anche la settimana dopo l'accettazione). Qui parlero' solo del mio.
Innanzitutto, va detto che gli italiani (e i francesi) sono considerati anomali per via della loro tendenza media alla fissita'. La carriera tipica di un italiano e' verticale: se in qualunque facolta' di qualunque universita' italiana interrogate i professori, sono pronto a scommettere che scoprirete che la maggioranza si sono laureati nella stessa universita' in cui insegnano. Questa attitudine (che io stesso ho) e' ferocemente criticata nei paesi anglosassoni e nordici (e in generale in tutti i paesi che hanno adottato come modello quello anglosassone), dove e' considerato segno di prestigio il cambiare continuamente istituto e possibilmente nazione. Io personalmente avverso fortemente questa mentalita' che premia il nomadismo (per svariati motivi che credo abbastanza ovvi - basti pensare che l'eta' "post-dottorale" e' anche l'eta' in cui normalmente le persone mettono su famiglia), trovando enormemente migliore il modello italiano. Rimango quindi sempre un po' sorpreso (e irritato) quando scopro che per moltissimi colleghi, anche italiani, il muoversi per il mondo e' addirittura uno dei benefit di questa carriera.
Comunque, le mentalita' si evolvono relativamente in fretta al mutare delle circostanze: quando ero studente io, i role model che avevo a disposizione erano persone perfettamente inquadrate nella tipica carriera verticale (dopo la laurea dottorato nella stessa universita', poi qualche anno di precariato con borse di studio o contrattini dal pretesto buffo, attesa del concorso ad hoc per loro) e chi emigrava non era quasi mai tra i bravissimi: con l'eccezione delle persone di cui sopra (cioe' quelle a cui cambiare nazione PIACE) emigravano i bravini, cioe' quelli sufficientemente bravi da vincere senza alcun problema borse o addirittura posti fissi all'estero, ma non sufficientemente bravi da convincere i loro capi italiani a investire su di loro(*). Da quando le condizioni in Italia sono peggiorate di botto (nella ricerca ma non solo: credo che la cosa sia attribuibile in ultima analisi a un peggioramento complessivo della situazione italiana, come dimostrato dal tasso di precariato e di disperazione dei miei coetanei in generale), chi si iscrive in certe facolta', tradizionalmente orientate alla ricerca, vede i suoi role model in difficolta' e sempre piu' spesso emigranti, ed e' quindi piu' facile che entri in un'ordine di idee in cui questa e' la normalita'. Tra quando uno studente si iscrive e quando si laurea, ha fatto in tempo a ricevere il messaggio che fare ricerca significa molto spesso emigrare, mentre per quelli della generazione di transizione cui io appartengo fu uno choc.
Ma come funziona all'estero? (Da qui in poi, sottintendo con questa parola quella maggioranza di paesi scientificamente evoluti che si sono dotati di un sistema simile a quello anglosassone.)
Il posto fisso solitamente lo si ottiene attorno ai 35 anni, con variabilita' tra i 30 e i 40. Quindi, fino a un decennio fa l'Italia era nota come un paese dalla carriera rapidissima (come la Francia tuttora), ma c'e' un ma. In Italia e Francia, che hanno un'intera societa' tradizionalmente basata sul posto fisso, il primo gradino fisso di carriera (in Italia, nell'universita', chiamato Ricercatore) e' sempre stato considerato un posto da bassa manovalanza, pagato poco e con zero potere. Altrove il posto fisso invece e' qualcosa di molto prestigioso, e di solito porta con se' la possibilita' di formare un proprio gruppo di ricerca (diventando responsabile di dottorandi, e in alcuni casi con un piccolo budget per bandire borse post-doc, vedi sotto). Questo perche' prima del posto fisso c'e' il gradino del post-doc, che ha a sua volta un prestigio maggiore dell'equivalente italiano (l'Assegno di ricerca, che a sua volta e' un'introduzione abbastanza recente, motivata dall'allungamento dei periodi di precariato tra il dottorato e il posto fisso, e il cui prestigio nella stessa Italia e' pressocche' nullo). La durata standard di un post-doc e' due anni, piu' raramente tre, ed e' molto raro (e malvisto) che si rimanga nella stessa sede per due post-doc consecutivi. Se sei bravo sarebbe negli interessi dei tuoi datori di lavoro tenerti, ovviamente, ma a quanto pare viene poi considerato come una chiazza scura sul tuo curriculum (ovvero: perche' e' rimasto li'? non ha ricevuto offerte migliori altrove?), quindi conviene farlo solo se c'e' un salto di qualita' tra il primo e il secondo contratto (ovvero, se il primo e' un normale post-doc, il secondo come minimo deve essere un titolo piu' altisonante, ancorche' precario anch'esso). Modalita' di assunzione dei post-doc: bizzarramente, l'unico grosso elemento di variabilita' e' l'esistenza o no dell'interview, cioe' il colloquio di assunzione. Per quanto incredibile possa sembrare, molto spesso si puo' essere presi per lavorare due anni in un posto senza nemmeno fare un colloquio. Il motivo per cui nonostante tutto la cosa sembra funzionare e' che e' comunque prassi da parte dei datori di lavoro (che ci sia o no il colloquio) fare delle inchieste private, telefonando qua e la' per saper | |